domenica 21 febbraio 2010

Senza avviso di ricezione

Quando situazioni impreviste arrivano a stravolgerti la vita senza alcuno preavviso, pare di non avere più contorni, di essere evanescente.
Ti sembra di essere un ectoplasma che si aggira come un automa in mezzo a quei corridoi bianchi, a quei camici bianchi, osservando tubi nei quali scorre un liquido bianco.
E’ tutto bianco.
Persino nella sala dove ti fanno accomodare mentre passano i medici – bianchi - in visita.
Una mano sconosciuta ti porge un caffè: è bollente, lo ingoi scottandoti la lingua e nemmeno ci fai caso.
Lentamente lo sguardo sale, per vedere a chi appartiene la mano: il volto è sereno, ti sorride e ti dice:
“Ciao, sono Eugenia. La mia nonna è quella di fianco alla tua mamma. Siamo qui da quindici giorni.”
Il suo accento è straniero, ma parla bene l’italiano.
“Vengo dalla Moldavia, sono in Italia da sette anni. Sono stata con il mio primo nonno per sei anni, adesso sono con Carmen da un anno intero. Ho lasciato i miei figli là, e questo è il mio nipotino, che non ho mai visto dal vivo, solo in internet, sai il nipote di Carmen ha una camera e mi ha salutato con la mano” e mi mostra la foto di un infante paffuto “ha sette mesi, mia figlia lo ha chiamato Eugenio, come me.”
Una lacrima fa capolino tra le sue ciglia, tentenna un poco ma la ricaccia indietro, ritrovando il sorriso.
“Se tu hai bisogno per la tua mamma, io ti aiuto: conosco amiche che stanno cercando una nonna, perché l’altra è morta.”
La guardo un poco inebetita, per un attimo mi chiedo di cosa sta parlando.
“Ne ho viste tante come la tua mamma. Non ce la farai da sola, nemmeno con tuo fratello.”
Realizzo che ha ragione.
So che non ce la farei a trascorrere più di una notte su una sedia, come riuscii a fare dodici anni fa con mio padre.
Non è solamente questione di età, ma è il senso di nausea che non mi abbandona da mercoledì, da quando ho parcheggiato nel pronto soccorso, mentre mia madre veniva scaricata dall’ambulanza.
Un impeto di vomito che ha portato allo stomaco una boccata amara, dal sapore di fiele, identico a quello che mi prendeva ogni mattina quando, da settembre del 1998 a maggio del 1999, mi prendeva quando parcheggiavo in altro ospedale.
Guardo Eugenia, la ringrazio nuovamente per il caffè e mi presento.
“Mi chiamo Daniela. E’ la prima volta che mi trovo ad affrontare una situazione simile; mio padre si ammalò ma le cose avvennero lentamente, preparandoci gradualmente e lasciandoci il tempo di organizzarci. Mia madre stava bene ieri sera, oggi è solamente un corpo e basta.”

E ricordo le parole di un amico, il titolo di una sua pagina dedicata a sua madre: Mia madre è un corpo.
Sì, Martino, adesso anche la mia lo è. E non so dove si trova, adesso la sua anima, mentre fissa un punto bianco sul muro.

“Cosa può essere quello? Non mi ricordo come si chiama, ma so che ogni tanto occorre passarci un pennello imbevuto nel colore. Chi sono queste persone che mi osservano? Che vogliono da me? Chi è questa che mi chiama mamma? Non la conosco, ricordo però la mia, di mamme. Però, anche se ora la chiamo e le domando di portarmi via di qua, non mi sente. Mi risponde questa, mi sta dicendo che devo stare ferma ma io sono stanca di stare in questo letto, possibile che non lo capisca? E quell’altro lì, che mi chiama mamma anche lui, chi sarà? Non lo conosco, che vadano via e mi lascino dormire e basta. Ma forse anche adesso sto dormendo e sto sognando tutto, io non sono qua, sono in cucina, avevo già iniziato a preparare il ragù, mi ricordo che avevo messo sul tagliere il sedano e la carota e l’olio nel pentolino per farli soffriggere… Oddio, avrò spento il gas o la mia casa avrà preso fuoco? Il dolore lancinante alla testa, mi ha fatto barcollare e sono riuscita a sdraiarmi sul divano, poi il buio totale, assoluto. Fino a questo muro bianco, a questi volti che mi sorridono, a queste mani che mi accarezzano, a queste voci che mi chiamano mamma”.

La sua anima è forse lì, su quel muro.
Lei la vede, capisce che quel punto è qualche cosa che le appartiene e vorrebbe riaverlo con sé.

Il telefono di Eugenia squilla in continuazione ed è sempre con Da che risponde.
Nel giro di poche ore, ho candidate alle quali sono in gradi di offrire un lavoro.
La sala d’aspetta diventa l’ufficio assunzioni.
Arriva Maria, teutonica ucraina, con un berretto calcato a nascondere la totale calvizie. Hanno detto ai parenti che la sua nonna non arriverà a domattina e che lei è disoccupata. Non mi piace molto, ma non dico nulla. Mi annoto il suo cellulare e lei mi ringrazia cortesemente.
Segue Tania: è la badante della notte di Carmen, la nonna di Eugenia; mi dice di non preoccuparmi, per venti euro darà lei un occhio a mia madre, fino a che Carmen resterà ricoverata.
Ci accordiamo in tal senso e giovedì notte l’affido a Tania, con la preghiera che qualsiasi cosa succeda mi chiami.
Non ho mai tenuto acceso il cellulare acceso di notte.
Non ho mai tenuto la suoneria al massimo.
Giovedì notte lo faccio e quasi mi stupisco quando la sveglia suona alle sei e mezza, venerdì mattina e il display non mi avvisa di nulla.
In ospedale, la situazione è invariata: il corpo di mia madre è immobile, gli occhi continuano a rincorrere la sua anima sul muro, senza afferrarla.
Tania mi dice che è stata tranquilla e mi tranquillizzo anche io; un po’ dei sensi di colpa che mi hanno fatto agitare a lungo nel letto si allontanano.
Inizia un nuovo giorno, meglio di ieri e peggio di domani: ripetermelo, mi dà forza.
Tania va, arriva Eugenia.
E si riparte coi colloqui, con l’ascoltare tutte queste storie di miseria, di case e famiglie lasciate, di nonni e nonne e di ucraine, moldave, polacche, russe, rumene tutte accumunate dal poter restare qui in Italia a lavorare.
Arriva Dora, la prima cosa che mi domanda è se cerca qualcuna con o senza documenti.
Non capisco cosa vuol dire e mi spiega la differenza che in pratica è lavoro nero o assunzione regolare.
Dora mi dice che lei è disponibile solamente per la notte, di giorno lavora presso un nonno paralizzato e alla notte è disponibile, cerca lavoro perché ha con sé due figli, una di 23 anni e uno di 22 e vuole che loro studino.
Le chiedo quando dorme.
Non mi risponde.
Dora ha gli occhi azzurri, ha gli occhi belli, gentili; diventa l’assistente notturna della mia mamma poiché Carmen con la sua Tania saranno trasferite in un ospedale a lunga degenza.
Assieme ad Eugenia, aspettiamo che arrivi Anna: è a Padova, è partita mercoledì dalla Romania dov’era tornata dopo che il suo nonno era morto, è andata a casa per un mese ma ora sta tornando e cerca un lavoro, cerca un nuovo nonno, una nuova nonna per viverci assieme.
Nel mentre parliamo dei loro paesi, del comunismo e della situazione politica attuale.
“Si stava meglio quando si stava peggio: ai tempi, lo donne non partorivano sulla strada, abbandonando là i neonati come spazzatura. Ora…”
Dora tace, abbassando la testa.
Cerco di scherzare un poco, parliamo della proposta dei permessi di soggiorno a punti e ridono, dicendomi che devono solamente imparare la Costituzione e per il resto sono tranquille su tutto.
“In pratica,” dico io “dovete solamente leggere le istruzioni sull’uso, visto che qua la Costituzione viene usata come carta igienica”
Tutte e due scoppiano a ridere, di quella loro risata schietta che contagia, dimentichiamo per qualche minuto il bianco che continua ad essere abbacinante al di là della porta taglia-fuoco.
Passano un paio d’ore e arriva Anna, stravolta.
Come non esserlo, dopo un viaggio iniziato mercoledì?
E’ stanca ma si presenta sollevando lo spalle: è un donnone più grande di me, mi dice che è fisioterapista e che le sue mani trasmettono energia.
Me le avvicina alla testa e io la sento, la sua energia: sarà suggestione, sarà forse che in questo momento devo credere e aver fiducia in questa donna, ma il calore passa dalle sue mani alla mia testa per poi scendere ancora fino al collo, teso e dolorante.
La tensione per un attimo pare sciogliersi.
Guardo Anna senza dirle nulla: è arrossata e sudata e mi spiega che è stato lo sforzo di trasmettermi la sua energia.
Decido che mia madre sarà la sua nuova nonna.
“Hai dove andare a dormire?” le chiedo sbirciando le rughe stanche che le segnano gli occhi.
“No” mi risponde Eugenia per lei, “ma sto aspettando una chiamata di un’amica che ha un posto letto per Anna”.
La telefonata arriva dopo pochi minuti: Anna ha trovato dove dormire per i giorni che restano, che trascorrerà di fianco a mia madre dalle sette del mattino alle sette di sera, fino a che non verrà Dora a darle il cambio.
Mi sposto dalla sala d’aspetto per tornare di fianco al letto numero dodici.
E’ tutto tranquillo, dorme, ma apre gli occhi appena percepisce la mia presenza.
Guarda Anna, con la sua maglia demodé a righe fucsia e bianche.
Lei le prende la mano destra, quella colpita, e se la tiene tra le mani.
Mia madre stende le labbra in quello che ho imparato essere il suo nuovo sorriso: un po’ storto, poi senza denti mi pare ancora più storto.
Anna continua a stringerle la mano fino a che lei non fissa ancora una volta il punto bianco della parete e chiude gli occhi.
Sono tranquilla mentre le lascio il mio numero di cellulare, quello fisso di casa e entrambi i numeri di mio fratello.
Poi la sprono ad andare a risposarsi.
Lei e Dora vanno, sta per arrivare l’autobus numero 13 che le porterà dirette alla loro casa.
Mi sovviene la consequenzialità dei numeri: dodici, il posto letto di mia madre, tredici il numero del trasporto di queste donne.
Che ringrazio di esserci, di essere arrivate e che non vogliono un avviso di ricezione, col loro bagagliaio di umanità, di necessità.
Documenti o non documenti non importa.
Non importa se non potranno avere, un domani, una stanza tutta per loro dove rifugiarsi quando hanno sistemato la nonna a letto e si sono assicurate che dorma e sia tranquilla.
Ciò che conta, per loro, è lavorare.
Ciò che conta, per me, è che ho trovato una Dora, un’Anna che mi aiuteranno ad essere figlia in modo migliore.
Perché so che sarà così.

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