lunedì 8 febbraio 2010

Permette, Dottore?

Carissimo Dottore,
Le ho chiesto questo incontro perché devo assolutamente porre alla sua attenzione un problema che, ultimamente, non mi fa più lavorare serenamente.
Come Lei ben sa, sono la sua dipendente anziana, il numero uno del registro matricole, quella che iniziò da Lei tantissimi anni fa, ancora bambina e timorosa assai.
Io non so se Lei rammenta quando questa ragazzina, fresca di diploma, fece il colloquio di assunzione davanti alla Sua imponente presenza.
Era timorosa in quanto la teoria scolastica, in caso di accoglienza all’interno della Sua ditta, sarebbe dovuta essere applicata alla pratica e non sapeva se quello che Le stava raccontando era proprio tutto vero.
Cioè, aveva sì studiato l’inglese, il francese e il tedesco, ma studiarlo è una cosa, parlarlo e scriverlo correttamente come lei stava invece raccontandole, mentendo un poco sapendo di mentire, era tutto un altro paio di maniche.
Anche i bilanci: sì, sì, sì ne aveva chiusi tanti a scuola e non aveva problemi a sostituire numeri inventati con numeri reali.
Forse.
Insomma, immagino fu il mio viso angelico che Le fece stilare quella lettera di assunzione.
Ed ora, dopo ventisette anni, sono qui a chiederle un incontro prima che Lei parta per Valencia, sperando che possa tornare a casa con tanti ordini che ci diano un poco di respiro.
Lo so, Lei è molto preso dalle Sue varie aziende e dedicare un poco del suo tempo sì prezioso a me, è già un regalo in sé; sono inoltre perfettamente consapevole che non è affatto questo il momento ma è da parecchio che rimando e non posso prorogare oltre, davvero, mi creda.
Anche perché quando preparo i bonifici degli stipendi, ogni San Paganino, un po’ mi arrabbio ma solo un poco, ma vedere stipendi due volte il mio per gente che scalda la sedia sette ore e mezzo su otto, Lei capisce che posso esserne un attimo infastidita, concorda?
Poi lei deve considerare che in testa ho un’aureola, simile a quella che hanno i santi del paradiso.
Sapesse, Dottore….
All’inizio pensavo fosse un’alopecia dovuta a stress nervoso, e giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, mi rendevo conto che non era affatto un’alopecia, poiché i miei capelli continuavano a crescere rigogliosi se pur con qualche filo bianco, ma era invece un’aurea di luce, partita come un piccolo puntino e cresceva, cresceva, cresceva, fino a stabilizzarsi nella forma attuale.
Se da una parte è spiacevole camminare per la strada con tutto questo fulgore in testa, tutti mi guardano e mi imbarazza un tantino, dall’altra colgo il lato positivo, le bollette dell’Enel si sono dimezzate rispetto a qualche anno fa, quando vado in bagno, di notte, non ho bisogno di accendere la luce.
Sa, ogni volta che mi guardo in testa penso che è forse identica a quella che avevo negli occhi tanti anni fa, la luce che illuminava i miei ideali di ragazza, e che si è spostata, dal cuore, direttamente in testa dopo le tante disillusioni capitatemi.
In questi anni, come Lei ben sa, non mi sono mai tirata indietro ad ogni sfida che mi veniva lanciata, piano piano ho fatto parecchi gradini, a scapito però di molte cose mie di donna e di madre.
Si ricorda quel sabato mattina di venticinque anni fa?
Definimmo un programma per il lunedì successivo, ed immagino quale fu la Sua delusione quando le telefonai per dirle che avevo, ahimè, partorito la domenica notte e che non sarei potuta presenziare in azienda.
Sa, Dottore, rientrai al lavoro, glielo ricordo nel caso avesse dimenticato, che il mio piccolo non aveva ancora due mesi di vita.
Forse è per questo che non mi ha mai chiamato mamma ma sempre e solo Dani?
Ma non voglio farne assolutamente una colpa a Lei, non vorrei sentirmi dire, ancora una volta, che nessuno è indispensabile e tutti siamo sostituibili.
Oppure, a scelta Sua, dipendentemente dai Suoi stati d’umore, che i cimiteri sono pieni di gente indispensabile.
Un po’ mi feriscono queste Sue affermazioni, ma poi penso alle tante cene che ci ha offerto e mi dico che sono un’egoista, che Lei pensa sempre e solo al bene mio e degli altri suoi dipendenti.
Pensi, mi ricordo pure quando andammo a Remoulins all’inaugurazione del nuovo stabilimento francese, che gioia che furono quelle dieci ore di pullman senza aria condizionata ai primi di luglio!
Fu talmente generoso e buono che mi commossi profondamente.
Va bene, va bene, concludo…
Il motivo di tutto questo preambolo è che Le devo chiedere un aumento.
E quanto mi costa farlo, lo so solo io, ho sempre sperato in un Suo sguardo, quello da benefattore, che si posasse su di me e le illuminasse il viso nella gioia di darmi senza che io debba chiedere.
Quante volte, mi dica, ho osato chiedere una cosa simile in ventisette anni alle sue dipendenze?
Credo che l’ultima volta risalga al 1999, qualche cosa dunque come undici anni fa.. Mi comprenda, Dottore, lo so che per Lei parlare di denaro è cosa vile, soprattutto in momento sì grave, ma mio figlio vorrebbe mettere su famiglia e vorrei aiutarlo un po’, sono stata figura assente come madre, vorrei essere più presente come suocera e, perché no, come nonna un domani.
Ma vede, Dottore, quando vado a fare la spesa, adesso, mi parte tutto lo stipendio, non riesco a risparmiare un misero soldino, cosa che vorrei veramente fare per lui ora e per suo fratello tra qualche anno.
No, no, si fermi, non voglio accusare il partito che Lei tanto stima, si figuri se mi metto ad attribuire la colpa al governo ed alle sue politiche economiche, anche perché sono certa che Lei mi ribatterebbe che la colpa è del Sor Mortadella e della sua fortissimamente voluta entrata nella moneta unica europea, la conosco bene, mascherina mia.
L’unica cosa che so, Dottore, è che mio padre faceva l’operaio e riuscì a costruirsi una casa.
Ha fatto studiare me e mio fratello ed è morto con un bel gruzzoletto in banca.
Io dovrei cambiare l’auto, a volte resto a piedi nel venire a lavorare e Lei urla perché sono in ritardo, ma c’ho tante altre rate in corso, sa adesso non si chiamano più debiti ma rate, fa più chic dicono.
Va bene, Dottore, mi perdoni…
Ne riparliamo al prossimo Natale
Mi scusi del disturbo, riverisco…..
(mavaffanculo stronzo….)

6 commenti:

  1. Se dicessi che il racconto è bello farei uno dei commenti che tanto odio, ma così è. Ho ritrovato tanto della mia vita lavorativa nelle tue parole.

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  2. Grazie, Gap, purtroppo in tanti ci si ritrovano. Grazie mille del tuo passaggio, evitando di scriverti "mal comune, mezzo gaudio" perchè mica lo è, un gaudio...

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  3. Un certo Marcello Marchesi diceva: "Mal comune è un'epidemia".

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  4. Sto leggendo il tuo blog, e stavo giusto lasciandoti scritto che mi sento meno sola sul pensiero da te espresso circa la vittoria di Vendola e il PD... Praticamente stesso pensiero espresso in modo diverso anche da me, da qualche parte, qui sopra... E non da ora, da MESI!!!

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  5. Allora ti consiglio, se posso, di leggerti Esegesi del pensiero recondito di Vendola e poi quello di Fava, 15 e 17 dicembre 2008.

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  6. Lo farò...
    E visto che tu usi Levi a presentazione del tuo blog, mi permetto di indicarti questa mia:

    http://www.unpuntointransito.com/2010/01/il-partigiano-fiori.html

    A presto, Gap...

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