domenica 14 febbraio 2010

Il silenzio di Sophia

Io lo seguivo a qualche passo di distanza, spostando lo sguardo tra la sua figura e il terreno che stavo calpestando.
Sergio conosceva ogni anfratto nascosto del bosco e ogni albero lungo l'impervio sentiero che, faticosamente, stavamo salendo, puntando i piedi nella neve.
Ogni tanto si voltava per controllare di non avermi perso.
Mi sorrideva con gli occhi; mai con la bocca, che teneva perennemente contratta in una smorfia, dono dei tanti lutti che avevano bussato alla porta.
L'ultimo era stato quello che aveva colpito il mio cascinale; l'unico che si era salvato ero stato io e solo perché ero stato inviato nei boschi in cerca di funghi, che erano come manna in quei tempi di fame e miseria.
Le mitragliate che udii, mentre stavo chinato a frugare tra le foglie, le archiviai come una delle tante che si udivano per le valli ad ogni ora del giorno e della notte.
Quando rientrai a casa, trovai corpi smembrati e sangue anche sulle pareti.
Mio padre giaceva riverso con le mani al viso. Il corpo scomposto di mia madre come inutile scudo a quello di mia sorella.
Caddi a terra; nemmeno un grido di dolore salì alla mia gola.
Attonito, restai lì, ad impregnarmi dell'odore di morte che attirava le poche mosche rimaste ancora in vita.
Non so per quanto tempo.
Ricordo solamente Sergio riempire il vano della porta, prendermi per mano e, senza pronunciare una parola, portarmi a casa sua.
Dormii a lungo e mi ripresi, pur non riuscendo a togliermi dagli occhi i corpi rimasti a diventare poltiglia di vermi.
Imparai dai monosillabi di Sergio che mio padre era stato accusato da un collaborazionista di essere un partigiano e lo sterminio della mia famiglia era un regalo per il quale dovevo ringraziare il francese.
Sergio sapeva che stavano cercando anche me.
Il rifugio che mi aveva offerto era solo temporaneo, per non mettere a repentaglio anche la sua famiglia.
Fu per quel motivo che partimmo ai primi chiarori dell'alba gelida.
Le gambe erano ormai due pezzi di legno stroncati dalla fatica quando vedemmo spuntare, in mezzo al castagneto, la casa diroccata che era la base della brigata partigiana Garibaldi.
Una pagnotta di pane e un fiasco di vin sottile stavano sulla tavola.
Valdo, il capo riconosciuto, mi si avvicinò.
"Così tu sei il piccolo Covili... Mi dicono che sei stato fortunato. Quanti anni hai?"
"Ne ho diciassette, signore."
Mi intimoriva Valdo: la sua figura piccola e rotonda non incuteva timore, ma gli occhi piantati nella mia faccia, pronti a cogliere il minimo accenno di paura, mi misero addosso una sensazione strana, di esaltazione e di sfida.
Sollevai le spalle, allungando tutto il mio metro e ottanta di statura.
"Sono pronto, signore"
"Tu sai che potresti non uscirne vivo, ragazzo?"
"Sì, ma lo devo alle mie radici. Lo devo a me stesso, per lavare dalla mia coscienza il senso di colpa di non essere stato là, con loro"
"Bene, ora riposati. Partiremo tra poche ore".
Il piano era già stato predisposto, non occorrevano ulteriori dettagli.
Subito dopo mezzogiorno, ci mettemmo in marcia: io, Valdo e Elmo, il braccio destro del comandante.
Per un certo tratto ci accompagnò anche Sergio, poi i nostri sentieri si divisero.
Mi abbracciò, senza una parola: non erano necessarie.
La discesa per i sentieri innevati fu ancora più faticosa della salita affrontata al mattino.
Davanti al portone dell'abitazione di fianco al nostro obiettivo, ci attendeva il nostro contatto: avevamo impiegato diverse ore a scendere, e la notte ci fu scudo mentre entravamo nella casa del francese.
Provai nausea, rabbia e dolore alla vista del salone dove ci appostammo e ripensai alle nostre povere case, violate, oltraggiate e offese.
Lì non erano arrivati, tutto era perfettamente a posto, come se la guerra fosse solo privilegio della povera gente e che i traditori e gli infami ne sentissero solo parlare.
Stavamo in silenzio, con le nostre armi in mano, in attesa di veder entrare dalla porta il nostro uomo.
Un rumore proveniente dalla cucina ci allertò, annunciando la donna che, subito dopo, ci apparve.
Alta e curatissima, con un grembiule candido a ripararle l'abito cremisi scollato: era Nathalie, la figlia della nostra vittima.
Ci avevano passato un'informazione sbagliata: lei non doveva essere lì.
Si asciugò le mani e ci piazzò in faccia i suoi enormi e già arresi occhi scuri.
Non era stupita nel trovare degli estranei e sapeva che, prima o poi, avrebbe pagato per le colpe del padre.
Valdo la guardò, per un istante un lampo di incertezza passò nei suoi occhi, mentre impugnava la pistola e la puntava contro la donna.
“Mio padre non è ancora rientrato. Non mi piace il suo ritardo, credo sia successo qualche cosa” ci disse, per nulla spaventata ma come arresa all’ineluttabilità della situazione.
Guardandola così, arrendevole, e udendo quelle parole, Valdo fece scendere il braccio teso, sempre impugnando la pistola, ma capendo immediatamente che dalla donna non doveva aspettarsi pericolo.
Con una mano lei ci fece cenno di seguirla; ci accompagnò in una stanza la cui porta era mimetizzata nella parete color avorio.
Ci fece entrare e, sempre sottovoce, ci disse di restare lì, ad attendere.
Dentro lo sgabuzzino non si sentiva nessun rumore se non quello dei nostri respiri.
Sentivamo giungere soffocati dalla cucina i rumori delle stoviglie e acqua che scorreva nel lavello, interrotti dopo un po’ da una porta che si apriva e dal rumore di passi che entravano prepotenti in casa.
“Nathalie, sono a casa, abbiamo ospiti a cena”.
Dal nostro nascondiglio udivamo chiaramente la voce del francese, sovrastata da altre arroganti voci dal duro accento.
Non avevamo considerato che potesse accadere una simile variante al nostro piano, non solo non c’era la possibilità di portare a termine la missione, ma rischiavamo di fare la fine del topo in gabbia, di venir arrestati e rinchiusi, sempre sperando nella clemenza di chi poche volte l’aveva dimostrata.
In attesa spasmodica, colma di tensione, dopo qualche tempo sentimmo sbattere una porta e passi silenziosi che si avvicinavano: Nathalie aprì la porta e con un dito sulle labbra, ci fece cenno di seguirla.
Appiattendoci lungo le pareti del corridoio, ci diresse alla porta che conduceva ai piani interrati della casa.
Con un sussurro di voce ci spiegò che alla nostra sinistra, una volta giunti in cantina, avremmo trovato una porticina che dava sull’orto nel retro e, da lì, raggiungere la salvezza.
Valdo le strinse la mano; nei suoi occhi si era accesa una luce, un misto di stupore, ammirazione e riconoscenza verso colei che dall’altra parte della barricata, aveva capito e messo in pericolo anche se stessa pur di salvare degli sconosciuti che sapeva essere venuti a recidere le radici nelle quali scorreva la medesima linfa che scorreva dentro di lei.
Riprendemmo il nostro cammino nella notte, protetti dall’oscurità e dalle ombre dei boschi che apparivano meno sinistre, la neve pareva meno fredda, come se un nuovo calore la scaldasse.
Non dimenticai mai quella sera e quella notte; fu, assieme alla morte della mia famiglia, uno spartiacque nella mia coscienza.
Non incontrai mai più Nathalie.
Ma lei è ancora qui, dopo sessantaquattro anni, a ricordarmi che niente è come sembra e nulla è come appare.

N.d.A.: racconto nato per il round Il silenzio di Sophia, ispirato dal quadro della pittrice e amica Pinina Podestà che poteve visionare cliccando sul titolo del presente post.

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