giovedì 25 febbraio 2010

Di condomini, di badanti


Nel mio condomio abita una famiglia di africani e una di marocchini, oltre a sei famiglie italiane, alcune emiliane e altre no.
Oggi nel primo pomeriggio, uno dei neri, Jadry, aveva già le chiavi infilate nella porta d’ingresso mentre mi ha visto salire le scale che dal parcheggio conducono all’entrata.
Mi ha aspettata.
Mi ha tenuto la porta aperta e mi ha fatto passare, chiedendomi come va.
Ho sorriso a pensare a questa gentilezza e nel vedergli i calzoni impolverati di farina: fa il fornaio da tempo e non gli pesa il turno massacrante della notte e il riposo durante le ore di sole.

Stasera ho accompagnato al suo condominio Anna, la signora rumena che assiste mia madre in ospedale e che sarà la donna che vivrà con lei quando la dimetteranno.
Ho conosciuta Anna attraverso una gara di solidarietà iniziata nel momento stesso in cui una signora moldava si è resa conto della situazione in cui ci eravamo improvvisamente venuti a trovare io e mio fratello.
Non so se è corretto usare “gara di solidarietà”, ma il numero di telefonate intercorse è stato tale che credo proprio sia così: solidarietà non solo nei confronti delle famiglie, come la mia, che si trovano ad affrontare una malattia all’improvviso, in una situazione che in poche ore stravolge vita, lavoro, abitudini.
La solidarietà è anche tra queste donne, qualcuno le appella quasi con disprezzo badanti: moldave, ucraine, rumene, polacche che si aiutano tra di loro, per un posto di lavoro che già si sa essere a tempo determinato per motivi biologici; per un posto letto in un appartamento condominiale di non si sa quanti metri.
Badanti lo sono, in effetti, perché badano ai nostri vecchi al posto nostro. Fanno loro da mangiare, puliscono la casa, lavano, stirano e li tengono puliti, acquistando una famigliarità con quei corpi estranei che nemmeno io, figlia, credo riuscirei ad avere.
La loro presenza in parecchie case, è un fenomeno che negli ultimi tempi è diventato quasi uno standard, da quando le famiglie si sono ridotte al solo nucleo famigliare ristretto.
La casa dei miei nonni paterni accoglieva due figli, due nuore e alcuni nipoti e c’era sempre qualcuno che li potesse accudire quando gli altri andavano nei campi.
Ora questo non esiste più: ci sono gli appartamenti in condominio, al terzo piano, di settanta metri quadri scarsi, balcone compreso, un bagno, una cucina, una sala-soggiorno e due camere da letto.
Non ho mai pensato nemmeno per un minuto a mia madre o mio padre, se fosse ancora in vita, tolti dalla casa che per costruirla sputarono sangue, bestemmie e affetti.

Anna mi ha raccontato che lei si è diplomata fisioterapista quando ancora c’era il regime di Ceauşescu, mi ha detto che allora nessuno moriva di fame, tutti avevano una casa, per quanto povera potesse essere, che tutti studiavano.
Con le lacrime agli occhi mi ha detto che ora le donne partoriscono e lasciano i neonati per la strada e che quei piccoli corpi diventano cibo per cani.

Ed ecco il pensiero che mi ha tormentato in queste ore, la domanda alla quale non so davvero darmi una risposta: chi sono io per disprezzare questa gente, per odiarla, per volerla rimandare nei loro paesi dove non hanno da mangiare e di che sopravvivere?
Chi siamo noi, italiani, paese cattolico, paese cristiano, per odiare così profondamente queste persone, al punto di arrivare a sgomberare i campi dei rom perché dà fastidio la diversità, incuranti dei bambini che si stanno integrando coi nostri nelle scuole?
Cosa siamo diventati e fin dove ci spingeremo?

E’ angoscia, pensare che tante Anne ci sono necessarie, noi abbiamo bisogno di loro, della loro presenza perché lo stato non può permettersi di dare una mano a queste nostre necessità improvvise, con un aiuto concreto alle famiglie che ancora hanno la fortuna di lavorare e che non possono permettersi di rinunciare, perché hanno un mutuo da pagare, dei figli ai quali dare da mangiare.

Sorrido solamente al pensiero delle parole di Anna, quando le ho detto che una delle cose più tristi che vedo in mia madre è la sua difficoltà a farsi comprendere da me, che sono sua figlia, che non capisce cosa sta bofonchiando seria mentre mi guarda con il suo grazieadio ritrovato cipiglio di sempre.
Anna mi ha detto che lei la comprende benissimo ed io l’ho ringraziata, come ho ringraziato Jadry, stamattina, quando mi ha aspettato per fare due rampe di scale con me.
Anna mi ha baciata, quando le ho detto che sabato andremo assieme a comperare i fiori da piantare nel giardino di mia madre, perché a lei piacciono molto e me la vedo, questa estate, in mezzo ai colori e al verde.
Assieme ad Anna.

9 commenti:

  1. I miei genitori hanno una badante rumena - Bravissima!
    metti il link del tuo blog su i sostenitori perchè quando si clicca il tuo avatar, non 'c'è il link e quindi nessuno viene a trovarti ... bye ;-)

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  2. Intanto grazie mille, ma il link come devo fare me lo devi spiegare come se fossi un tovagliolo...
    Ciao ReAnto :-)

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  3. Hanno intatta una parte dell'anima che a noi è stata tolta o violentata. Il senso della fratellanza e una grande umanità che ha il potere di stupirci, anche se, lette le tue splendide righe, tu riconosci e senti ancora come tua. Non voglio entrare nei tuoi pensieri, nella tua casa, senza dirti il mio nome. Sono Enrico, vivo a Milano. Accetta l' augurio di una buona serata e grazie per lo splendido post.

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  4. è dura fare io la badante in terra straniera

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  5. e dura stare nelle regole e regolarizzare il lavoro. Questo stato vuole troppo

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  6. Se mi dai il permesso ti rubo il primo paragrafo sul mio blog e poi reindirizzo il resto qui.

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