lunedì 22 febbraio 2010

Alla ricerca dell'Oki perduto

Era come un cerchio concentrico che si arrotolava attorno al suo canino inferiore e da lì saliva ad affastellarle ogni centimetro quadrato del collo, delle spalle e della testa tutta, cute compresa.
Vagò disperata alla ricerca di un analgesico, uno qualsiasi che potesse alleviare per un poco il dolore crescente.
Nulla, non trovava nulla in quei fottuti mobiletti.
Nemmeno nei cassetti del comodino.
Persino nella scatola in alto dove conservava i medicinali, fuori dalla portata dei bambini.
Decisamente erano là sopra da un pezzo, visto che i bambini erano diventati entrambi maggiorenni.
Se mai lo sfiorò il dubbio che lo fossero, le fu sufficiente guardare la data di scadenza dello Zimox: quasi sbiadita, sì, ma si leggeva ancora gennaio del 1995.
Sorrise, ma riportò immediatamente la bocca alla forma contratta che, secondo lei, le faceva meno male.
Il dolore cresceva, ad ogni istante.
Doveva lavorare e non poteva essere distratta da quel ticchettio insolente.
Aprì la porta, speranzosa di imbattersi in qualche vicino al quale supplicare una qualsiasi pasticca da ingurgitare.
Nessuno.
Tutto deserto.
Era quasi alla disperazione quando ricordò che nella borsetta bianca che aveva usato per l’ultima volta l’agosto passato, dovevano esserci un paio di bustine di Oki, provvidenzialmente prese prima della partenza per le vacanze, in previsione di uno dei soliti mestrui dolorosissimi.
Il problema era il trovare la fottutissima borsa bianca.
Avrebbe potuto ammazzare per ritrovarla.
Aprì l’anta dell’armadio in cui, presumibilmente, la maledetta doveva essere stata riposta.
Niente.
Frugò ancora, rovesciando scompostamente tutto sul pavimento.
Della bastarda non c’era segno.
Si voltò, sempre col battito doloroso che strappava il dente canino inferiore.
Il macello dietro di lei non la fece desistere.
Passò all’altra anta, mentre si diceva che non era possibile che avesse infilato la stronza tra le lenzuola e gli asciugamani.
E invece la trovò, proprio sopra i teli da mare.
D’altra parte, dove poteva mai essere se non proprio lì?
La tenne tra le mani un istante, in silenziosa preghiera, prima di aprire la cerniera dove sapeva avrebbe trovato il salvatore alle sue pene.
Erano lì, una bustina attaccata all’altra, pronte da essere sciolte in un bicchiere e darle finalmente sollievo.
Lo mescolò con cura, fino a quando anche l’ultimo granello bianco divenne trasparente.
Lo sorseggiò come fosse una pregiatissima Falanghina.
Nel giro di pochi secondi, iniziò a sentire il dolore allontanarsi, svanire, come se in quella bustina ci fosse contenuta tutta la magia del mondo.
Ritornò a respirare anche coi denti.
Guardò l’orologio, si erano fatte quasi le sedici.
La farmacia di fianco a casa era già aperta da mezzora.

2 commenti:

  1. Terapia sintomatica dell'infelicità. Sconfiggere il dolore con una polverina bianca. Quello fisico è impossibile condividerlo, ma anche quello dell'anima è sempre più difficile incontrare persone con il dono dell'empatia. Per cui quando soffri sei solo, tu e la polverina. Varie le polverine, effimera la loro efficacia, gravi gli effetti collaterali. Ti ritrovi presto solo e dolente again.

    Ah, se riuscissimo a fare diagnosi corrette e combattessimo le cause dei nostri malesseri piuttosto che i sintomi!


    (PS: La scelta stilistica di andare a capo dopo tutti i punti, crea un maggiore pathos, ma a me come lettore mi ha innervosito)

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  2. Empatica-mente :-)
    Non è solo l'andare a capo, è anche la frase breve, quasi stroncata che dovrebbe dare il senso dell'azione in poche parole. Grazie, Pierangelo

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