martedì 26 gennaio 2010

L'angelo che voleva essere Dio



Quella mattina entrò dalla porta un uomo con una divisa differente.
Era alto e magro.
Parlò a me ed a Mihovil in una lingua che non conoscevamo.
Cercava di sorridere tra le lacrime.

-     вы приходите немногая одни закончены

Afferrammo la mano che ci tendeva: non saremmo riusciti da soli a sollevarci dal nostro giaciglio.

***
-    Schnell, schnell, muovetevi! Voi due, da questa parte, voi altri di là, assieme agli altri bambini, le donne in fila lungo questa linea, gli uomini si preparino alla visita medica… In fretta, siete qui per lavorare … schnell, schnell…

Queste urla ci accolsero quando il treno si fermò all’interno di un cortile.
Si entrava da un grande cancello di ferro.
Sopra, una scritta a confermare le voci di speranza che serpeggiavano: ci avevano mandati davvero in un campo di lavoro, gli orrori di cui sentivamo sussurrare erano solo menzogne.

Tante voci gridavano e si sovrapponevano in ordini secchi.
Io e Mihovil fummo spinti verso un capannello di altri ragazzini. Avevano tutti la stessa caratteristica mia e di mio fratello: coppie di gemelli, maschi e femmine di età diverse, con un Gefreiter che vigilava.
Ci unirono a un altro gruppo di bambini lì a fianco e ci portarono in una baracca di legno.
Una volta all’interno, ubbidendo ai comandi del Gefreiter, ci sistemammo e ci guardammo attorno; qualche sorriso iniziò a fiorire.
Era bello trovarsi, non ci conoscevamo ma avremmo presto fatto amicizia e giocato insieme, dopo i turni di lavoro che ci sarebbero stati assegnati.
Il mattino dopo venne al blocco il dottore, il capo di tutti gli altri medici.
Non aveva una faccia cattiva, sorrideva mentre tracciava sul muro del blocco una riga.
Pensammo volesse insegnarci un nuovo gioco.
Ci mandò tutti quanti appoggiati alla parete: quelli che non arrivavano alla linea, li raggrupparono da una parte.
Erano troppo piccoli, sicuramente il dottore li avrebbe assegnati a lavori più leggeri di quelli previsti per noi che superavamo la riga di tutta la testa.
Ai più piccoli fu ordinato di prendere i loro fagotti e uscirono, contenti della novità.
Non li vedemmo mai più.
In nessuna parte del campo.
Però era talmente grande che li avevano sicuramente sistemati nelle baracche accanto al filo spinato, ad est, vicino alle donne.
Io e Mihovil facemmo amicizia con una coppia di gemelli della nostra età.
Ci dissero che venivano da Varsavia, in Polonia.
Io e mio fratello eravamo bravi a scuola e sapevamo che la Polonia era molto lontana da dove venivamo noi.
Erano molto simpatici Krzysztof e la sua gemella Elżbieta.
Con loro fummo accompagnati da un Wehrmacht dal dottore, quello del gioco della linea sul muro.
Zio Pepi,
così voleva che lo chiamassimo, stava alla scrivania con un gran sorriso sulle labbra.
Ci offrì caramelle e ci indicò una stanza di fianco, ordinandoci di fare una doccia perché non eravamo puliti abbastanza.
Ubbidimmo sotto gli occhi vigili del Wehrmacht che, finito, ci riportò davanti al dottore.
Ci fece sdraiare tutti e quattro, uno di fianco all’altro, sui lettini che stavano in fondo alla stanza; ci disse che dovevamo tenere la testa fuori, in modo che l’Herrenfriseur potesse raccogliere i capelli che avrebbe tagliato nelle vasche sotto, sul pavimento.
All’inizio solo Elżbieta era indispettita e piangeva forte, protestando: non voleva che i suoi lunghi capelli scuri finissero nella vasca, ma ad un comando secco di zio Pepi cessò immediatamente ogni lamentela.
L’Herrenfriseur iniziò una procedura che non conoscevamo e faceva male, molto male: usava le mani e ci strappava i capelli con molta forza, fino a strapparne la radice assieme a brandelli di pelle.
Non riuscimmo a trattenerci nessuno dei quattro, e cominciammo a piangere dal dolore.
Zio Pepi controllava che l’Herrenfriseur facesse il suo lavoro.
Non pareva sconvolto dal sangue che iniziava a uscire.
La tortura finì quando fummo rasati quasi del tutto.
Per finire, l’Herrenfriseur passò le nostre teste nude con un rasoio affilato, rendendole bianche e spettrali.
Elżbieta singhiozzava, io Mihovil e Krzysztof cercavamo di trattenerci ma il dolore era tanto, la testa ci bruciava come se ci avessero passato sopra dei tizzoni ardenti.
Zio Pepi era molto irritato dal pianto di Elżbieta: fece chiamare dal Wehrmacht un altro dottore, che entrò poco dopo, battendo i tacchi ed alzando il braccio destro in segno di saluto.

-    Heil Hitler, Lengyel, la ragazzina è pronta per le analisi del sangue. Sai già che devi fare.

La afferrò per un braccio, incurante del suo pianto disperato e sparirono entrambi dietro una porta.

Elżbieta non tornò più alla baracca e Krzysztof pianse tutta la notte.
Io e Mihovil provammo a consolarlo ma non ci fu nulla da fare, Krzysztof continuava a disperarsi.
Tra un singhiozzo e l’altro iniziò a parlare.

-    C’è una storia sui gemelli che mi raccontava sempre mia nonna. Quando io e mia sorella le chiedevamo come mai succedeva che invece di un bambino solo ne nascesessero due, ci diceva che tutti noi siamo in due, un bambino ed il suo angelo. Nei gemelli l’angelo non rimane invisibile ma diventa l’altro uguale. Ci diceva che era questo il motivo che quando io cadevo a terra e mi sbucciavo un ginocchio, anche Elżbieta sentiva lo stesso dolore, perché lei non era me ma era anche me. E quando Elżbieta era triste, anche io, dopo un poco, diventavo triste. Io ora so che ad Elżbieta è successo qualche cosa, che non è più corpo, che è invisibile, perché non sento più il suo dolore. Lei ora è di nuovo un angelo senza corpo.

Io e mio fratello ci abbracciammo stretti per scaldarci dal gelo della verità delle parole di Krzysztof; sapevamo che era così, come gli aveva raccontato la nonna.

-    Tutti abbiamo un angelo invisibile; noi gemelli siamo solamente più fortunati, ci vediamo negli occhi, ci tocchiamo. Ci amiamo.
Anche zio Pepi ha il suo angelo; lui gli è amico ma zio Pepi non gli vuole bene: lo guarda con disprezzo, non lo ascolta quando vorrebbe impedirgli di fare del male. Zio Pepi crede solamente che sia uno dei tanti amici che sono con lui. Ma il suo angelo lo sa bene che l'amicizia è amore senza le sue ali.

Ci trovarono una mattina di gennaio.
Noi tre fummo fortunati, io ne posso scrivere e Mihovil mi aiuta a ricordare.


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