giovedì 17 dicembre 2009

Il movimento del 77

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L'ultima avanguardia dalla creatività molecolare e disgregata alla mutazione post-umanista

Centriamo subito il punto cardine. Tanti, troppi, vedono nel Movimento del '77 un "buco nero" della storia italiana. Una stagione imbarazzante, maledettamente e facilmente liquidata nella definizione omnicomprensiva di "anni di piombo" . Una fase rimossa perchè fatta coincidere con la violenza del terrorismo, sia quello "piccolo" e sbandato, spesso costretto ad atti inconsulti perchè braccato e incastrato da sommarie repressioni, sia quello "grande": grande almeno quanto la sua strategia, paranoica e ossessionata da schemi ideologici antistorici. Un piccolo e grande terrorismo che , dall'Autonomia alle Brigate Rosse, ha colonizzato l'immaginario di un "uomo-massa" che ama coltivare più le paure che i desideri.

Il guaio è che a non aver colto le potenzialità evolutive di quel moto di rivolta non sono solo quelli che fuori del Movimento non hanno capito e quindi demonizzato ma anche molti che "dentro" il flusso degli eventi si sono lasciati trasportare a migliaia, orfani di certezze, di modelli ideologici e canoni comportamentali. E anche quelli troppo snob per lasciarsi andare al flusso delle esperienze. Tutti perdendo molto (le stagioni della militanza politica hanno depauperato dell'adolescenza un'intera generazione) e acquisendo poco di quella ricchezza esperienzale che attraversava il Movimento. Il guaio è che ancora oggi in molti, troppi, pensano che sia più importante l'economia che la percezione.

Eppure l'andamento del mondo è talmente accelerato che solo chi è disponibile a modificare , se non a riconfigurare, i propri assetti percettivi e cognitivi, riuscirà a proiettarsi nel futuro digitale: in un corso evolutivo dettato dalle tecnologie multimediali e telematiche e dalla capacità umana di tradurle in nuova qualità di vita. Un aspetto che molti sottovalutano, rivelando degli schemi mentali ancorati a modelli predeterminati . Eppure nella rivoluzione digitale è possibile giocare ora delle opportunità che allora era possibile solo presagire: proiettarsi in una nuova dimensione di coscienza, liberandosi dalle gabbie di linguaggio e di comportamento indotto dalla civiltà umanista. Rompere gli schemi per creare altre forme di comunicazione e di condivisione. Uscire fuori dai canoni per entrare nel ciclo di una mutazione culturale e antropologica che oggi inizia a prendere forma.
Allora qualcuno trovò il modo per vivere il passaggio post-politico come il sintomo di questa mutazione, affinando la propria sensibilità ,le proprie percezioni alla ricerca di altre forme di esistenza. E' una questione di disponibilità, un 'attitudine che in parte fu coltivata con il consumo di droghe, più o meno leggere, ma che trovò la condizione migliore nelle pratiche creative della scrittura, dell'azione teatrale e della musica. Un'apertura delle porte della percezione che liberò un'incontrollabile energia desiderante.
Non si trattava di usare forme d'arte ma di amplificare i corpi e le menti in fuga dalle sovrastrutture ideologiche.


Le derive della mutazione

Gli Indiani Metropolitani nacquero da quell' impulso di amplificazione del pensiero in azione. Spuntarono come un fungo, all'improvviso , in un habitat fertile, denso di un'umanità in agitazione. I primi segnali di "indianità" arrivarono dai Circoli Giovanili milanesi che annunciarono già nella fine del '76 nel manifesto " abbiamo dissotterrato l'ascia di guerra", rilanciando un umore che già era emerso nella bolgia della Festa del Parco Lambro. Erano sintomi di un disordine (grande ed eccellente) che stava montando, disgregando irreversibilmente le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria che fino ad allora avevano contenuto un gigantesco (si trattava di più di un milione di giovani) potenziale. Lotta Continua da buon gruppo "spontaneista" aveva capito per tempo, autosciogliendosi proprio sulla contraddizione più bruciante: nel corto circuito tra il "personale" e il politico. Un dato significativo che provocò certamente un forte disorientamento: aprendo le porte circolò nuova aria, ossigeno sul fuoco. Una fiammata di energia incontrollabile.

Si riscopriva la soggettività negata dall'oggettività illusoria della politica. I linguaggi della militanza politica si confusero così con i comportamenti "freak", creando dei stranissimimi cocktail antropologici. Fino a quel momento tutto scorreva in alvei predefiniti, un comunista rivoluzionario era una cosa, un fricchettone un' altra. Si confuse tutto. S'inaugurò l'era degli ibridi, si avviarono le derive della mutazione.

Gli Indiani Metropolitani, noi : un piccolo gruppo nato all'interno della Commissione Emarginati (si autodefinì in questo modo per distaccarsi polemicamente dalle altre commissioni intestardite sui paradigmi della politica) dell'occupazione di Lettere all'Università di Roma nel febbraio '77, giocarono proprio su questa confusione. Fu un'operazione che si svolse a più livelli: uno , quello determinante, consisteva nell'inventare slogan ,lanciarli nelle assemblee da chi aveva la voce più grossa ("Beccofino" fu il nostro megafono) e scriverli con gli spray e su "tazebao". Un altro era quello di compiere atti esemplari come quelli di inscenare cortei in fila indiana (ma perchè si dice così?) lanciando il verso "Oask?!" (il nome della testata della nostra fanzine) associandolo ad un particolare movimento delle braccia , come per nuotare. O farsi il te (o il carcadé) nei cortei. Oppure organizzare "sabba" al Pantheon (un "rave" ante litteram). O tapparsi la bocca con cerotti. E non tanto per truccarsi: lo facemmo solo due volte. Il fatto straordinario che ogni slogan, ogni atto, ogni proclama una volta lanciato veniva preso dal Movimento, fatto proprio.

A migliaia si truccavano e danzavano scombinati all'urlo "ea, ea, ea... ah! " I massmedia, giornali e tv , non aspettavano altro. Si faceva colore e notizia.
E fu anche per questo che il nostro gruppo dopo poco, nell'arco di due mesi neanche, si dissolse come gruppo attivo nel movimento: non si riconosceva nell'aggregazione di massa, amava inventare linguaggi-comportamento e cercare altri spazi per elaborare una propria poetica d'intervento. Così accadde che a maggio con l'occupazione della casa in Via dell'Orso 88, la "casa del desiderio", si trovò uno spazio in cui vivere e produrre. Quel luogo fu infatti più una fucina creativa che una comune fricchettona. Già in "OASK?!" ci firmavamo come "Indiani Metropolitani in dis/aggregazione". Rivendicavamo la nostra dimensione molecolare e psiconomade. Un po' aristocratica ma per fortuna autoironica.



Le parole come gesti come virus

L'esperienza più forte del Movimento del '77 fu nell'usare quindi le parole come gesti, spiazzando il senso comune e non solo quello dei massmedia ma anche quello di quei tanti militanti incapaci di misurarsi con l'ironia.
Il "detournement" d'impronta situazionista era infatti un modello di riferimento, avevamo letto Debord e Vanegeim, ci avevano stordito ma ci avevano segnato.
Le parole-gesti erano come virus, contagianti. Nell'arco di qualche ora uno slogan lanciato in un corteo o un proclama su un "tazebao" diventavano linguaggio collettivo, l'impronta del Movimento. Ma tutto era confuso, indeterminato, e per questo destinato a dissolversi . E lo sapevamo: "... ma si , si, restiamo poesia, pura immaterialità".
Si stava cambiando pelle: si abbandonava la scoria ideologica ma non si acquisiva un 'altra identità. Si rimaneva in mezzo al guado della mutazione. Si, la mutazione. Nella irrequietezza diffusa si percepiva il fatto di essere proiettati in una rivoluzione antropologica che solo oggi si va delineando con l'avvento del digitale : con l'emergere di nuovi processi cognitivi non lineari. Sinaptici come il nostro immaginario. Il gioco libero delle associazioni idee, una sorta di "automatic thinking" liberava energia creativa. Potenzialità che oggi trovano una forte risoluzione nella navigazione telematica.

Allora furono solo intuizioni magari influenzate dai migliori modelli possibili. Avevamo le avanguardie storiche come esempio, il Dada in primo luogo e il Futurismo.
Qualche mese prima una mostra sulle "parolibere" futuriste e su Marinetti in particolare si era annidata nella mia mente come un "meme" (il principio attivo del contagio comportamentale, come afferma Dawkins). In entrambi quei movimenti dell'avanguardia la parola poetica trovava quindi la soluzione d'impatto nella performatività, associata all'azione. Lo slogan, il medium più usuale della lotta politica, fu così utilizzato per la produzione di una drammaturgia paradossale, guerrigliera, intimamente teatrale. Ma non si pensi al teatro come forma estetica o come interpretazione di repertori: si pensi al rapporto corpo-parola espresso da gruppi come il Living Theatre portatore della "prima rivoluzione sessuale" in Europa o ai blitz barbari delle performance radicali dei catalani della Fura dels Baus, grandi officianti di teatro panico.

Il Movimento del '77 mise in campo oltre alla conflittualità armata ( di molotov, tante, le pistole invece furono sempre poche e maledette) una guerriglia urbana teatrale. Ma attenti a non interpretarla sempre come una festa felice. I girotondi delle femministe erano finiti. Quella performatività neosituazionista esprimeva altresì un'insofferenza generazionale: una domanda di nuove visioni, nuove parole, nuovi comportamenti. Una domanda che non trovava risposte.
Tutto questo strideva con le sovrastrutture ideologiche della politica. Ci fu un cortocircuito. Un tilt. Negli stessi mesi a Londra prendeva corpo il movimento punk che allora erano addirittura visti da alcuni come dei "fascisti". Un'ignoranza che albergava anche in noi, spiazzati ma polemici con quegli amici (come Walter) che tornando da Londra ci trasmettevano l'entusiasmo di quel fenomeno nichilista. Gli inglesi erano molto meno pervasi di noi italiani di politica ed ideologia , la loro cultura rock gli permise infatti una maggiore stilizzazione , riuscendo ad essere più determinati nell'impatto formale e comportamentale.

Ma anche noi eravamo in qualche modo punk: nichilisti come loro. Il pessimismo ci intossicava la vita. Il tormento del "no-future" fu certamente il motivo intimo di tante scelte sconsiderate durante i conflitti di piazza. "La distruzione è liberazione", recitava una scritta a Lettere.



L'inizio della fine

"E' stato l'inizio della fine", ho sentito infatti dire a qualcuno. E a ragione.
Ma la fine di che? Della politica prima di tutto. Ovvero di quel valore di aggregazione sociale e di interpretazione del mondo che, basato su principi ideologici, esprimeva uno stato di realtà, un modo di vita, una consapevolezza, una visione globale. Si capì di colpo che era tutto illusorio: un carosello fittizio di pensieri indotti. Per molti fu traumatico. Sembrerà naif ma piansi nel ritagliare a forma di puzzle il ritratto di Lenin che campeggiava sopra il letto per farne un rompicapo da ciclostilare (si, ciclostilato proprio su quella carta porosa dei volantini di allora) per la fanzine che realizzai con Massimo Pasquini nel marzo 1977 da diffondere all'interno dell'Università occupata. Era "Enig/mistica" e l'immagine di Lenin era irriconoscibile, scomposta nelle varie tessere di un puzzle siglato dallo slogan : "Sparpagliamo il centralismo!". Con un chiaro e netto esclamativo programmatico. "Enig/mistica" fu un successo editoriale (?!), era quello che ci voleva, il sottotitolo recitava: "un foglio camomilla" si, per tranquillizarci un pò, dopo il terribile scontro frontale con Lama e i suoi servizi d'ordine.

Un'esperienza durissima. Un buco nero della sinistra. Il '77, il Movimento del '77, ha segnato in questo Paese chiamato Italia un punto di non ritorno. Una linea d'ombra, mi viene da dire, anche se l'evocazione conradiana rischia di apparire troppo facile. Ma è così proprio perchè l'impronta generazionale fu nettissima.
I ventenni-trentenni che vissero quei momenti di conflittualità estrema ed irregolare (furono tantissimi, centinaia di migliaia) rimasero marcati dentro, molti ne uscirono incattiviti, altri talmente disillusi da mettersi a disposizione del primo committente spregiudicato (fu la fortuna del craxismo) e altri ancora orribilmente rassegnati, arresi alla quotidianità più inerte. Altri, tanti purtroppo, non ne sono usciti proprio. Qualcuno è addirittura ancora in galera, qualcuno morto di overdose, altri (maledizione!) di AIDS, tanti storditi dall'eroina o "scoppiati" per quell'entropia che porta alla pazzia e impoveriti a tal punto da diventare fantasmi.
Il fatto che la ricchezza di quella generazione si sia perduta così , fa rabbia più che tristezza. La memoria di quel Movimento rimane ancora viziata dal tabù del terrorismo ma va superato, spurgato dall'immaginario nazionale. Va riconosciuto un valore: quello di aver anticipato quella mutazione postumanista che oggi è davanti agli occhi di tutti anche se a molti imbarazza. Maurizio Calvesi in "Avanguardia di massa" (Feltrinelli,1978) riuscì a cogliere degli aspetti importanti, mettendo addirittura in relazione l'inaugurazione del Beaubourg il primo febbraio e la comparsa degli Indiani Metropolitani , "ecco due avvenimenti la cui simultaneità potrebbe essere emblematica", dice. Il critico d'arte sostiene poi che ambedue, Beaubourg e Indiani Metropolitani , sono "due aspetti complemenari della massificazione della cultura". Va detto che si concede almeno il beneficio di un interrogativo.

L'elemento da porre come scardinante di questa analisi (che merita comunque il massimo rispetto proprio perchè è stata una delle pochissime ad analizzare il fenomeno, pubblicando anche l'immagine di "OASK?!" accanto a quelle di Duchamp) è che in quelle pratiche creative del '77 è possibile cogliere un dato ulteriore: si tratto' de "l'ultima avanguardia". Il fatto di aver creato un'opera così diffusa di interazioni arte/vita portò al compimento la missione storica delle avanguardie. Il Movimento del '77 avviò le derive di una mutazione culturale postumanista e può essere riconosciuta emblematicamente come "l'ultima avanguardia".

E' da qui che si potrebbe partire con altre analisi legate alle sperimentazioni teatrali e multimediali che dalla fine degli anni settanta si sono sviluppate sulla base di quelle intelligenze e sensibilità sopravvisute al riflusso. La postavanguardia teatrale promossa da Giuseppe Bartolucci fu certamente un alveo straordinario di queste energie eversive che rifondarono i linguaggi scenici , avviando ad esempio una ricerca "patologico-esistenziale" che affondava a piene mani nella turbolenza schizoide dell'ala creativa del Movimento. Si potrebbero fare tanti nomi ed esempi ma solo uno trovo opportuno lasciare qui alla fine di questo percorso: quello di Massimo Terracini, figlio di Umberto, con cui ho condiviso gran parte di quel percorso ("OASK?!" e altre fanzine, la casa occupata dell'"Orsottantotto", tanti scontri in piazza...) e che poi seppe rilanciare la propria creatività in campo musicale e poi teatrale. Un compagno di strada che ho ritrovato poi sul campo dell'invenzione di linguaggi che ancora non siamo riusciti a tradurre in discorsi.


http://web.tiscali.it/settanta7/






2 commenti:

  1. Bellissimo articolo, profondo e interessante. Ero giovanissimo e ho vissuto un po' di riflesso quegli eventi, avevo un amico che frequentava l'Università a Bologna, ma io abitavo ancora in provincia. E' stato un periodo che comunque mi ha segnato in modo indelebile: le radio libere, gli indiani metropolitani, le manifestazioni, la creatività. Altro che buco nero.

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  2. Non è mio, l'ho cercato oggi in rete dopo le dichiarazioni di Schifani. Ai tempi, a Bologna, c'ero anche io e solo chi l'ha vissuto può capire l'enormità delle cazzate sparate. Per le radio libere... Se hai tempo cercati la mia storia, ne I migliori anni della mia vita.
    Ciao e grazie del tuo passaggio...

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