domenica 8 novembre 2009

Nelle mie mani

Ho chiesto il trasferimento, impegnandomi a cambiare la mia vita.
Ho solo quarant’anni e voglio uscire dalla spirale di effimera felicità per la quale sono arrivata ad abitare gli appartamenti statali.
Stamane, quando mi hanno fatto scendere dal cellulare, mi sono guardata intorno e ho saputo che sarei riuscita a mantenere il giuramento fatto a me stessa.
C’è un grande giardino con molti fiori, ci sono delle panchine e la guardia mi ha detto che quando la stagione lo consente, i colloqui con le famiglie avvengono qui, all’aperto.
Ho percorso un corridoio nell’ala dove ci sono gli alloggi del personale, gli uffici amministrativi e l’ambulatorio.
Mi hanno fatto accomodare in una stanza: qui mi attendevano due psicologhe e la direttrice; avevano dei moduli davanti, mi hanno rivolto parecchie domande e ho risposto a tutte quante, mentre loro compilavano il questionario.
Dopo mi hanno fatto parlare un po’ di me, a ruota libera, di cosa facevo prima, se avevo studiato, come ero arrivata a farmi e cosa mi sarebbe piaciuto fare lì dentro.
Mi hanno detto che qui troverò solamente compagne accusate e condannate per detenzione e spaccio di stupefacenti; non troverò droga, nemmeno in cambio di favori e di regali esterni che saranno sempre perquisiti.
Nelle celle non sono consentite bombole di gas per cucinare, si pranza tutte assieme nel refettorio, i farmaci sono somministrati solo e unicamente a giudizio della dottoressa.
Avrò le mie crisi di astinenza, starò male e pregherò, urlando, che mi facciano uscire.
Hanno rimarcato che non mi sarà facile disintossicarmi se io non ne sono convinta per prima, se per davvero voglio lasciare la bestia fuori dalla mia vita.
M’informano che l’obiettivo primario della struttura non è nascondere al mondo persone come noi e i nostri crimini, ma rieducarci per riprenderci in mano la nostra vita.
A differenza di altri centri simili, il loro vanto è seguire alla lettera ciò che dice l’articolo costituzionale: dare un’opportunità, un aiuto concreto, per correggere il nostro destino e ricominciare da capo.
Ho annuito, mentre ho raccontato loro che lo voglio fare anche per mia figlia.
La rivoglio con me, Giada, è cioè che più desidero.
Non la vedo da mesi, ho solamente una sua foto, me l’ha fatta avere la signora che l’ha in affido; ogni tanto mi scrive, mi dice che cresce e sta bene. Le racconta che presto la sua vera mamma andrà a prenderla.
Ho mostrato la foto alla direttrice, ha sorriso gentile e mi ha fatto i complimenti per la mia piccola.
Poi mi hanno fatto accomodare nella mia cella.
Per arrivarci ho percorso parecchi corridoi; anche qui ci sono cancelli chiusi a chiave, le sbarre, le guardie penitenziarie preposte alla sicurezza.
Non ho ancora visto un uomo.
Mi sono meravigliata nel trovare solamente due letti per stanza, un lusso insperato, soprattutto se confrontato allo stanzone dove ho dormito fino alla sera precedente e dove ogni minima esigenza di intimità era annullata dalla mancanza di spazio.
La mia compagna di cella è bionda, mi accoglie in piedi, con un sorriso.
“Ciao, benvenuta, io sono Anna. Come ti chiami? Quello è il tuo letto, poi ti faccio vedere dove puoi sistemare le tue cose, ma dopo, ora dobbiamo scendere per il pranzo”.
Appoggio la mia sacca sul letto che Anna m’indica, mentre mi spiega che la sveglia è alle sette, alle nove iniziano le attività di studio, alle undici passeggiata in cortile, alle dodici il pranzo.
Il pomeriggio una nuova passeggiata prima dei laboratori nelle stanze polivalenti, fino alle diciannove, ora della cena; la giornata si chiude alle venti e trenta.
Mi dice che nessuna guardia verrà a battere sulle sbarre, che restano chiuse solo di notte; per il resto del giorno si è libere di circolare tra una cella e l’altra.
Mi domanda quale attività ho scelto.
Le rispondo che ho dato la mia collaborazione al gruppo scrittura e alle cucine, spiegandole che una vita fa ero una brava cuoca, prima di conoscere lui e il suo mondo.
Le chiedo se potrò prendere subito parte alle attività o dovrò prima aspettare di superare le crisi di astinenza che già sono controllate dal metadone.
Anna mi sorride incoraggiante, mi prende la mano: il suo calore mi contagia e le sorrido a mia volta.
E’ giovane, Anna, non può avere più di trent’anni e ha un volto pulito che faccio fatica ad associare ai tanti, sfatti, che ho incontrato in altri posti simili seppur diversissimi.
Qui, a Pozzale, mi pare che tutto sia fuori dall’ordinario, a iniziare dalla disponibilità delle dottoresse per finire al viso sereno della direttrice; ben poco a che spartire con l’atmosfera che aleggiava sempre a Rebibbia.
Anna continua a tenermi per mano; scendiamo nel refettorio, sotto gli occhi delle guardie che presidiano il corridoio.
La stanza è grande, alle pareti bianche sono appesi quadri colorati; Anna mi spiega essere opere delle ragazze che partecipano al laboratorio di pittura.
Mi racconta che il mese prima il comune ha allestito una mostra coi loro dipinti, tutte sono uscite per l’occasione e si sono divertite tantissimo, in mezzo alla gente.
Mi accomodo al suo fianco.
Di fronte si siedono altre due ragazze la cui giovane età è tradita solamente dagli occhi brillanti, vivi e speranzosi.
Anna mi presenta Claudia e Lorenza.
Hanno circa la stessa età di Anna, un paio di jeans logori e camicie spruzzate di colore, mi fanno pensare che fanno parte del gruppo di pittura.
Parlano velocemente, con modi affettuosi e affabili.
Mi raccontano che la loro scarcerazione è prevista per il mese prossimo ma che si sono date disponibili a restare a lavorare lì, come volontarie, perché non hanno nulla, fuori, che le attende.
Ci sono altri cinque tavoli, conto velocemente che siamo in tutto una quindicina di detenute, e il cicaleccio che sento è come musica se confrontata alle grida che sempre sovrastavano la sala mensa dell’altro carcere.
Da una porta entra una figura bianca: Lorenza mi spiega essere Suor Angela, che svolge le funzioni di cappellano.
Si accomoda al tavolo con la direttrice e le psicologhe, in un angolo.
Claudia mi dice che sempre pranzano con le ragazze; essere presenti è il loro modo per farle sentire in famiglia, a casa.
Mi mettono in guardia, consigliandomi di non protestare per nessuna ragione al mondo sul cibo che mi sarà servito, o Giovanna mi prenderà storta e servirà il nostro tavolo sempre per ultimo.
Giovanna è la cuoca del carcere, nessuno sa da quanti anni è dentro e perché non ne è mai uscita.
Forse anche lei, come Claudia e Lorenza, non aveva alcun affetto cui tornare e le ragazze della casa di custodia attenuata a Pozzale è diventata e rimarrà il suo unico domicilio.
Si avvicina; è tozza nel corpo e antica nei gesti lenti; ha un viso schiacciato, un grembiule a righe, un vassoio sotto il braccio.
E' l'ultima donna di questa storia.

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