domenica 15 novembre 2009

Le pulizie di novembre

Donne in rinascita è il titolo del video montato dall’amico Giovanni Micciche' sulle parole di Jack Folla.
E mai come ora mi sento rinata!
Perché voglio vedere voi come vi sentireste nel rimandare ad libitum il cambio degli armadi ed arrivarci finalmente in fondo, in una grigia mattina di metà novembre.
Confesso che la motivazione non è stata tanto il vedere le magliette estive con sopra i maglioni, pigiati all’inverosimile, talmente stretti al punto che trovare proprio quello che volevi stava diventando un’impresa titanica.
In realtà, tutto è iniziato con la ricerca disperata di una tessera che mi era arrivata per posta e che sapevo essere stata infilata da qualche parte.
Dove, solo l’Olimpo lo sapeva.
Iniziamo, dunque, dalla pila di bollette e di varie multe, precariamente in bilico sopra i libri, anch’essi traballanti.
Mentre le sfoglio e le divido, mi viene da ridere, pensando a quando l’ufficiale giudiziario verrà a pignorarmi qualche bene per non aver pagato il canone TV.
Ci saranno una decina di solleciti: che mi pignorino e che non rompano più le palle.
Se proprio sarà, gli darò il televisore, per quello che lo guardo io non sarà una perdita insostituibile.
Una busta verde degli atti giudiziari troneggia a ricordarmi che il prossimo otto febbraio mi tocca un viaggetto al tribunale di Salerno, sezione distaccata di Montecorvino Rovella: processo che si trascina da anni, che mi ha già vista assistere, impotente, all’aggiornamento che poi si è concretizzato con questa nuova data, in attesa di trovare gli eredi del querelante che è, nel frattempo, deceduto.
Luce, telefono, gas, acqua tutte addebitate sul c/c, perché tenerle?
Così come i vari estratti conto delle carte di credito, mica ha molto senso aprire le buste e sentirsi male, vedendo ciò che hai speso per svendite il mese di luglio.
Finalmente, dopo due borse di quelle grandi riempite di carta che a nulla serve, trovo la mia tessera: è quella che dice che sono socio Coop e posso aggiungere al resto dell’immondizia anche il sostitutivo foglietto provvisorio che porto nel borsellino sempre da luglio… Mannaggia, quante cose che ho fatto in luglio…
Ed è proprio nel riporre il suddetto borsellino nella borsa che ho un lampo e mi chiedo dove posso aver infilato la mia sacca nera che mi ha regalato mio figlio per il Natale di due anni fa.
Regalato è una parola grossa, diciamo che io ho pagato i suoi regali e lui, anima generosa, mi ha pagato la borsa: uno scambio alla pari, insomma.
Da lì comincio a scaravoltare tutto quanto.
Della mia borsa di nappa nera, morbidissima, bellissima, desideratissima, nemmeno l’ombra.
In compenso ho trovato una bellissima borsa di vernice nera, con il frontespizio di cavallino (sintetico), uno di quegli oggetti che non possono mancare nell’armadio di nessuna donna.
Ma vigliaccaeva se mi viene in mente quando l’ho comprata e, soprattutto, perché: che me ne faccio, dico io, di una borsetta mignon che ti costringe alla drastica scelta di non infilarci gli occhiali perché se li metti non ci stanno né le sigarette né il cellulare, nemmeno con il cavallino pezzato nella patta davanti?
Mistero.
Archiviata.
In attesa di uso migliore che non è certamente ora.
Però gongolo e non poco nel recuperare una specie di tascapane, anche questa di provenienza ed età sconosciuta.
Con mio stupore, mi rendo conto che è una borsa da soldi, di una nota marca sempre eterna e sempre indistruttibile poiché fatta con della bella plastica stampata a pallini, che anche se saranno quindici anni che non viene tirata fuori dal sacco che la “protegge” non ha una ammaccatura, è come nuova.
Sì, questa mi piace: è capiente il giusto, ha tante belle tasche e non devo uccidere nulla di ciò che deve stare di diritto nella mia borsa; in più, è di un bel colore che ben si sposa col cappotto.
Nero, che sfina.
Deciso, cambio di borsa e mettiamo a lavare quella di panno che ormai sta in piedi da sola da quanto è sporca.
Passo a sistemare le cinture, prima di affrontare i maglioni e magliette e frizzi e lazzi.
Qui i sensi di colpa affiorano e fanno male, molto male…
Perché passino le scarpe, non ho mai contato quante paia sono e mai lo farò, ho la scusa buona per loro: se una volta indossate capisco che non fanno per me e non ci riesco a camminare, non ho alcuna remora a scartarle.
Compenso con quelle che invece calzo come se camminassi su una nuvola e le porto fino a che ne resta un piccolo pezzetto: a testimonianza, basta guardare le foto degli ultimi cinque spettacoli teatrali e notare che indosso sempre i miei amatissimi, logoratissimi ma ancora quasi portabilissimi stivali neri.
Ma le cinture…
Io capisco che non si può mettere una cintura sportiva con borchie rosa schocking su un paio di calzoni neri elegantissimi.
Passa anche che c’è un tempo per ogni cintura rossa carminio, verde pisello e pure giallo canarino, ma che me ne faccio di dieci cinture nere quasi identiche, è un altro dei misteri che prima o poi riuscirò a svelare di me.
Basta così, ragazza, non è tempo di filosofeggiare ma è tempo di scartare e piegare.
Cosa che avviene alla velocità della luce, con il risultato di due belle borse da portare in garage.
Sì, perché abitare un appartamento non grande ha certamente i suoi lati positivi, si pulisce meno, ma ha anche le sue belle sfighe: non c’è spazio.
Provate a pensare ad una scena in palcoscenico, quando fai muovere la gente sul proscenio per riempire lo spazio.
Ecco, a casa mia dovrei sempre urlare stop, fermatevi, perché lo spazio è sempre troppo riempito dalle figure non certo minute di marito e figli.
Talmente pregna dei loro corpi che spesso pare mancarmi l’aria.
E gli armadi? Uno per camera, si fa quel si può.
Anche perché un’anta intera è off-limits, stipata dei miei libri e chi si avvicina e osa aprirla, più di una volta ha rischiato di morirci sotto, soffocato dalla rovinosa caduta dei volumi di peso variabile.
D’altra parte sono mesi che imploro i tanto grandi e muscolosi di darmi una mano e portarli di sotto, ma da quell’orecchio non ci sentono.
Va beh, teniamoci spazi ristretti, in attesa che qualcuno si decida ad uscire di casa.
Io continuerò a rinascere ogni tanto, e gratificarmi del ricordo di oggetti che una volta compravo senza pensarci.
Però quel cazzo di vestitino grigio di lana mica l’ho trovato, adesso che ci penso…


2 commenti:

  1. I vantaggi del disordine ordinato .. ritrovare oggetti scomparsi dalla memoria a breve termine e rinchiusi in quella a lungo termina da dove pero' non sarebbero mai saltati fuori ... :-)

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  2. Un onore averti qui, amico mio... Ci arrivano così in pochi... Ma forse è meglio così... Grazie...

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