sabato 21 novembre 2009

La risposta

Nella sua cella, con la valigetta in mano, fissò ancora per un istante il crocifisso che aveva davanti: il Cristo nudo taceva.

Aveva dimenticato il momento che era entrata in convento, ricordava che non era stata solo la fede a spingerla a prendere il velo; a farla rinunciare alla vita benestante che avrebbe vissuto, continuando gli studi di medicina come la tradizione famigliare avrebbe voluto.
Si rivedeva stesa a terra, ragazza, quando pronunciò il giuramento di fedeltà al Signore.
Le infilarono una fede d’oro al dito: non l’aveva mai tolta e sempre, prima di dormire, la baciava in segno di rispetto e di fedeltà a chi aveva scelto come sposo per la vita, nel dolore e nella gioia, nella salute e nella malattia; nelle scelte. Giuste o sbagliate che fossero.
Era molto tempo, da quando dirigeva la Casa del Fanciullo, che non le si era presentata una scelta così difficile.
Il Signore taceva.

Era alla direzione dell’associazione da parecchio tempo.
Fu la Curia ad assegnarvela, dopo i tanti anni trascorsi come direttrice dell’ospedale del Sacro Spirito, nel cuore della città.
Aveva accettato senza protestare, felice di dare una svolta a un lavoro che iniziava a pesarle.
Non le era dispiaciuto un trasferimento in campagna: la Casa del Fanciullo era a pochi chilometri dal centro, un bel parco, un orto che le consorelle curavano con pazienza e amore, raccogliendone i frutti ad ogni stagione.
Era stata fondata un po’ di tempo addietro: per lo più, accoglieva prostitute che avevano deciso di ribellarsi al loro protettore.
Senza dimora, trovavano tra le suore una nuova casa che le accoglieva, le sfamava e le tutelava da eventuali ritorsioni che spesso, troppo spesso, arrivavano alla direzione sotto forma di minacciose lettere anonime.
Suor Lucia era brava a smistarle nelle fabbriche delle regioni vicine, a trovare una casa che, se pur modesta, poteva garantire loro la dignità.
Quella dignità che avevano perso sulle strade dove erano state costrette a vendere il loro corpo in cambio di una promessa disattesa.
Qualcuna decideva di abbandonare la strada perché gravida.
La Casa cercava una famiglia di adozione al nascituro fino a che la madre non sarebbe stata in grado di provvedere al piccolo.
In tutti quegli ultimi anni, nessuna aveva mai lasciato il figlio alle famiglie adottive; questa era una grande consolazione per Suor Lucia e le altre consorelle.
Altre, invece, decidevano di abortire.
Alcune ex prostitute avevano invece deciso di restare ad aiutare le suore, chiedendo di restare a lavorare presso l’istituto.
Con loro, anche i figli che animavano il cortile di risa e di felicità.

Era già quasi l’ora di ritirarsi nella cella quando Suor Lucia venne chiamata urgentemente in ufficio da Suor Evangelista.
La scena che le si parò davanti faceva presagire solamente guai: una donna dal volto tumefatto, piangente, con una ragazzina spaventata, erano sedute davanti alla scrivania.
Suor Evangelista in piedi, di lato, a sussurrarle qualche cosa che lei non capiva.
“Avrà dodici anni, non di più” pensò Suor Lucia, adocchiando la bambina, mentre si sedeva; attese che la donna smettesse di singhiozzare e le spiegasse il motivo della sua visita ad un’ora così inconsueta per le abitudini dell’istituto.
Suor Evangelista versò alla donna e alla bambina un tè bollente.
La donna serrava tra le mani la tazza, stringendola così forte da sbiancarsi le nocche, spegnendo i singhiozzi.
La bimba taceva.
Fu lo sguardo assente della ragazzina che strinse il cuore di Suor Lucia in una morsa; percepiva che in quegli occhi, nulli di qualsiasi emozione, c’era il motivo vero della visita delle donne che aveva davanti.
Sì, la ragazzina era già donna, un seno acerbo spingeva la maglietta.
Ma erano i suoi occhi, soprattutto, che non avevano più nulla che ricordasse la fanciullezza: vuoti, profondi, senza vita.
“Mia figlia Caterina è incinta”.
La donna si era imposta di smettere di singhiozzare ed aveva ritrovato la compostezza; sul viso, una smorfia di odio profondo aveva sostituito la disperazione di pochi istanti prima.
“Suo padre l’ha ingravidata. Caterina ha dodici anni.”
Suor Lucia faticò a restare impassibile alla notizia.
Fissò la donna con fare interrogativo.
“E perché è venuta qua? Come possiamo aiutarla?”
Suor Evangelista comprese al volo la situazione e prese Caterina per mano.
“Vieni, ti mostro la camera dove potrai dormire, ma prima dobbiamo andare nel guardaroba a cercare una bella camicia da notte per te”.
La ragazzina non protestò e si lasciò guidare, apatica, quasi incurante delle parole che la suora le diceva.
“Grazie, sorella. Non posso andare dai carabinieri, lui mi massacrerebbe. Mi dovete aiutare, non so a chi rivolgermi. Abitiamo qui da poco tempo, Don Luigi mi ha detto che qui ospitate ragazze madri e che prenderete a cuore la mia situazione”.
“Lei capirà che questa è una situazione un po’ particolare, le ragazze che ospitiamo qui vengono dalla strada, l’unica casa che conoscono è quella dei loro sfruttatori mentre lei ce l’ha e ha il diritto di abitarla serenamente, con sua figlia. Lei deve sporgere denuncia e raccontare tutto agli inquirenti, non può permettere che queste cose vengano insabbiate”.
“Lei non capisce, non capisce... “ parve per un attimo perdere la freddezza, ma la ritrovò, ricacciando le lacrime che spuntavano sulle ciglia scure “avevo intuito che le attenzioni che riservava marito a nostra figlia non erano sane; solamente stamattina che ho avuto il quadro pieno della situazione. Caterina da qualche settimana sta male, è pallida ed ha sempre gli occhi in acqua. E’ inappetente e ha le nausee. Dapprima ho temuto che qualche compagno di scuola fosse andato oltre. L’ho costretta a fare un test di gravidanza ed ho avuto la risposta. E’ stato solamente dopo le mie accuse, quando le ho urlato di dirmi il nome di chi era stato, che Caterina mi ha confessato tutto. Sorella, se sono qui è perché conosco Don Luigi: siamo vecchi compagni di scuola. Don Luigi mi ha detto tutto”.
A Suor Lucia un brivido di gelo scese lungo la spina dorsale.
Aveva intuito il motivo della visita della donna.
Sperava che il passato non sarebbe mai più tornato e invece lo aveva davanti, riflesso nello sguardo disperato ma determinato della donna in lacrime.
Sapeva ciò che la donna voleva da lei, se Don Luigi l’aveva mandata lì era perché sapeva che, ancora una volta, Suor Lucia avrebbe dovuto mettere in discussione la sua fede.
Era una brava ostetrica: quando lavorava al Sacro Spirito, aveva aiutato tante donne a partorire i loro bambini, a metterli ancora insanguinati sulle pance calde e nude, per aiutare i piccoli a ritrovare un poco del calore che avevano lasciato dentro gli uteri.
Ma aveva aiutato anche tante donne a svuotarsi l’utero di ovuli fecondati e indesiderati.
La fede in Cristo, il giuramento fatto al suo sposo era stato tradito molte volte.
Pensava alle tante disperate che le si rivolgevano, come se il suo abito candido fosse quello dell’angelo che le poteva salvare.
Ora che era anziana, Suor Lucia sapeva che avrebbe dovuto rendere conto dei suoi peccati al Dio Padre, quando si sarebbe finalmente deciso a chiamarla a sé.
Da quando dirigeva la Casa, non le era più capitato di praticare un aborto; era riuscita a convincere quelle donne a portare a termine la gravidanza e dare poi il bambino a una delle tante coppie desiderose di un figlio.
Ma ora il passato era lì, bussava, aspettava una risposta.
I suoi settant’anni le pesavano sulle spalle, come macigni.
Guardò la donna, tentando un’ultima difesa, consapevole che avrebbe ceduto nello stesso momento in cui pronunciò le parole:
“Sono anni che non pratico più. Temo di non essere in grado di aiutarla. Deve rivolgersi all’ospedale, mi dispiace”.
“Lei sa che non posso farlo. Dovrei denunciare mio marito, mia figlia andrebbe sulla bocca di tutti, diventerebbe un fenomeno da sbattere in prima pagina e io non voglio. La prego, Suor Lucia, mi aiuti, lo faccia per Caterina… Ha solo dodici anni, capisce? Dodici fottutissimi anni, un padre che le ha rubato ogni traccia di fanciullezza che ancora le era rimasta. Caterina è una bambina dolcissima, ora è assente sempre, non ascolta nessuno, vive in camera sua e se non sono io a portarle da mangiare, camperebbe di sola aria”.
“E suo padre?”
“Suo padre è all’estero, ha avuto un incarico di qualche mese in Francia e tornerà solamente a Natale. Non voglio che ci ritrovi. Noi spariremo, non avrà più occasione di farmi del male, né a me né a sua figlia. Vede questo?” dice con rabbia la donna, scoprendosi un braccio dove una lunga cicatrice rosseggiava sulla carne chiara “questo è il suo ultimo regalo. Mi ha picchiata, poi mi ha minacciata con un coltello. Sono scivolata mentre cercavo di divincolarmi dalla sua stretta e mi ha procurato questo taglio profondo”.
Suor Lucia in quel momento era spugna, il dolore della donna erano stille ad imbibirla.
Non col dolore fisico della cicatrice fiammeggiante, ma il dolore di vivere una vita che non aveva alcuna prospettiva per lei con l’uomo che aveva scelto, un tempo.
Chiuse gli occhi.
Già sapeva che avrebbe aiutato la donna.

Accantonò il poco dubbio che ancora la faceva tentennare, mentre disse alla donna di aspettarla; tornò nella sua cella, a prendere dall’armadio la valigia da medico che conteneva gli attrezzi da sterilizzare per l’indomani mattina: Caterina meritava un po’ di felicità.
E chi era lei per negargliela?
Avevano bussato alla sua porta. Non si lascia chiusa la porta ai pellegrini che vengono da te in cerca di conforto e di aiuto, secondo gli insegnamenti cristiani.
Il Signore l’avrebbe perdonata, si disse mentre lanciò un ultimo sguardo al crocifisso appeso alla nuda parete: pareva sorridesse.

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