domenica 8 novembre 2009

La notte di San Martino

L’undici di novembre è per me una data importante, perché la sera di San Martino di tanti anni fa mio padre e mia madre s’innamorarono.
Parole raccolte da bambina nelle lunghe sere d’inverno, davanti alla stufa economica, dopo il Carosello. Mi beavo di quelle storie, avrei voluto che non finissero mai, e ne chiedevo sempre un’altra e un’altra ancora
La sera dell’undici novembre del 1948, segnò per sempre la loro vita.
E’ anche grazie a quel veglione di San Martino se io sono qui a riportarlo fuori dal cassetto dei ricordi.
Assieme a Glenn Miller ed alla sua Moonlight Serenade.

***

Io non so dirti perché si festeggiava la notte di San Martino, la sera dell’undici di novembre, so solamente che in questa data finiva l’anno lavorativo dei contadini.
Poi, a San Martino, era dedicata la chiesa parrocchiale di Rocca Corneta ed era tradizione, dopo la messa, festeggiare il tutto con una serata danzante nel salone da Jusfin.
Erano parecchi anni che partecipavo alla sagra, da quando era finita la guerra, ed ogni anno Enio mi aspettava, davanti alla nicchia della Madonnina, all’inizio del paese.
Partivo da Sestola al pomeriggio, con la mia bicicletta, una pagnotta, un pezzo di formaggio ed una bottiglia di vino nella bisaccia.
Era freddo ma non lo sentivo trapassarmi le ossa.
Ero un ragazzo allora e mi pregustavo già, durante quella lunga pedalata, la serata che avrei vissuto.
La vidi subito, appena entrato.
Era ancora più bella di come la ricordavo, si era fatta donna, con quella sua gonna di lanaccia scura e la camicetta bianca, i riccioli raccolti dietro alle orecchie.
Stava compostamente seduta tra le sorelle, non osavo quasi avvicinarmi.
E dire che tante volte l’avevo presa in giro quando, staffetta bambina, veniva al campo a portarci una pagnotta di pane, sembrava uno scricciolo dentro a quel giaccone donatole da qualche americano di passaggio, ma aveva già al tempo della guerra lo sguardo fiero e diretto negli occhi che il tempo non ha scalfito.
Restavo intimidito davanti a lei, non riuscivo a scherzarci come sempre e mi ciondolavo da un piede all’altro non sapendo bene cosa fare; mi guardò, mi rivolse un sorriso stentato, e voltò il capo dall’altra parte, ignorandomi completamente.
Ci rimasi malissimo, sai?
Enio mi prese da parte e mi spiegò che era tutta una tattica.
Il nonno Lino osservava la scena da un lato della sala, tenendo l’occhio sulle tre figlie da maritare.
Feci un sospirone, mi accesi una sigaretta, mi avvicinai e le chiesi se voleva ballare…….

***

Non mi piaceva, per quanto lo guardassi non mi piaceva per niente.
Aveva sì un portamento fiero, sapevo che era un gran lavoratore, portava i baffi curati ed era un bel ragazzo…fino a quando non apriva la bocca: erano un campo minato, i suoi denti… Quando andavo su a Gabba a portare ai ragazzi imboscati quello che ci avanzava nella dispensa, mi faceva sempre ridere con le sue battute; ricordo lui, Enio e Alfonso, sempre a scherzare.
Alfonso non c’era più, era rimasto attaccato ad un muro a Lizzano.
Quella sera Fiori aveva il vestito della domenica, liso nei gomiti dall’uso che ne avevano fatto, prima di lui, i suoi sei fratelli.
La cravatta scura sulla camicia bianca, i capelli riccioluti e neri.
Stavo seduta tra Alma e Clara, con mio padre in un angolo che parlottava coi suoi amici non perdendoci d’occhio.
Ce ne stavamo rigide su quelle sedie, timorose ed allo stesso tempo agitate.
Per me e Clara era la prima volta che partecipavamo al veglione di San Martino.
Alma, con quel suo anno in più, faceva la sapiente della situazione, spiegandoci che dopo le polke e le mazurke sarebbero iniziati i walzer lenti ed a seguire un breve momento dedicato alle musiche d’oltre oceano che ci avevano lasciato in eredità i nostri amici americani.
Fiori mi guardava e quando mi si avvicinò e mi chiese se volevo ballare, il cuore mi balzò in gola.
In quel momento avevo dimenticato i suoi denti non perfetti, presa come ero dal mio primo invito ad un ballo da un uomo.
Non credo che le mie sorelle, mio padre e tutti gli altri presenti in sala avrebbero mai pensato che quello sarebbe stato poi l’unico compagno con il quale avrei ballato per tutta la vita.



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