domenica 8 novembre 2009

Il corpo del reato

Sente freddo, anche se il termometro appeso al muro segna ventidue gradi.
Non riesce a scaldarsi, nemmeno scostandosi dalla pensilina che si pone tra il sole e il marciapiede.
Ai suoi piedi una valigia; nella mano, già obliterato, il biglietto del treno che prenderà di lì a pochi minuti e la cui destinazione finale non è ancora chiara nemmeno a lei.
Non riesce ancora a credere a ciò che ha fatto, anche se ha ben chiaro il motivo che l’ha spinta a farlo.

E’ il tarlo che l’ha scavata dentro, per mesi durante i quali lei non era più lei, ma era l’altra lei, era ciò che lei volesse che lei fosse.
Sorrideva quando si ripeteva questa frase e si rendeva conto del giro assurdo di lei che erano soggetto ma anche complemento oggetto.
Spesso il mattino apriva gli occhi, stanca della notte senza riposo trascorsa a discutere, litigare, mediare.
Si svegliava, cercava in silenzio un aiuto che non arrivava.
Sperava che le cose sarebbero cambiate ma era perfettamente consapevole che non sarebbero mutate fino al momento in cui lei non avrebbe preso in mano la situazione, definitivamente e per sempre.
Sapeva che lei non esisteva, era solo la proiezione di se stessa e doveva ammutolirla, per ritornare a vivere la sua vita.
Aveva preso la sua decisione: doveva ucciderla e doveva farlo non solo per salvarsi la vita, ma per vivere ciò che le restava senza altre interferenze.
Era stata lei che l’aveva trascinata in un vortice nero, sconosciuto.
Lei l’aveva obbligata a percorrere strade illecite, a frequentare case odoranti di sesso sfatto e cera di candele.
Lei l’aveva spinta a cercare e dare piacere.
Lei la uccideva, ogni giorno di più, nell’urlarle in faccia che il suo bianco diventava ogni giorno di più nero; le gridava che presto sarebbe stato il suo unico colore, con una pugnalata di rosso sui capezzoli marmorei e in mezzo alle cosce liquide e spalancate al piacere.
Si chiedeva cos’era diventata e non osava darsi le risposte, nemmeno sottovoce.
In ginocchio stringeva tra le labbra il potere.
A faccia in giù stringeva i cuscini e urlava quando al dolore subentrava il piacere.
Poi tutto finiva.
Si rivestiva da signora perbene e nello sguardo dei passanti trovava l’assoluzione al suo bagno nel nero.

Infila gli occhiali scuri, chiude gli occhi e rivive la scena.

Lei era in biblioteca, in poltrona. Un ventilatore a pale muoveva appena l’aria, la lampada accesa accentuava le ombre scure.
Stava leggendo La storia segreta di Isabella di Baviera quando un rumore la distrasse dalla lettura.
Alzò la testa: nessuno.
Recuperò il rigo che aveva abbandonato.
Riprese a leggere, ma un rumore la interruppe. Un click nella sala. Lo scatto di una serratura? Poi dei passi. Una pausa. Un altro passo. Poi silenzio.
Si alzò in piedi, allarmata dal fatto che i rumori erano reali, ma non c’era anima viva oltre a lei.
Guardò lo specchio antico, incuneato tra le ali della libreria alta fino al soffitto e stracolma di volumi.
Vide riflessa una mano, identica alla sua; tesa, per piantarle un pugnale in mezzo al cuore.
La sua anima uscì con uno violento schizzo di sangue il cui rosso era talmente cupo e denso da sembrare nero.

Una voce accelera i titoli di coda sulla pellicola.
Si toglie gli occhiali e si muove in direzione del binario, dove è stata annunciata la partenza del suo treno.
Di fianco a lei un poliziotto le lancia uno sguardo.
Non lo teme, sa che il suo delitto resterà impunito per sempre: non si può condannare nessuno per aver ammazzato la propria anima.



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