sabato 14 novembre 2009

Bar Sport

La mia famiglia possiede il bar sin dall’inizio del secolo.
Del periodo, ha mantenuto l’insegna in ferro battuto, la vetrata molata in stile liberty, il bancone di legno che si fa più scuro ad ogni anno e le mensole dietro, ereditate dal lato materno dei parenti farmacisti, dove sempre sono state le bottiglie ordinatamente in fila, con l’etichetta che dà verso i clienti.

I tavolini e le sedie furono cambiati dopo una lite, quando vennero usati come ring e mazze per una questione di gelosia e corna.
Questo me l’ha raccontato lo zio Giorgio, avvenne molto tempo fa, ai tempi ero solamente un’idea nella mente di sua sorella Ava che morì, poi, nel darmi alla luce.
Mio padre restò seppellito nel ventre di una miniera in Renania, dove lo mandarono durante la prima guerra.
L’unico parente che mi rimase fu lo zio: mi prese sotto la sua tutela e mi allevò come un figlio.
A Natale del 1924, dopo due mesi dal primo annuncio, lo zio Gino comprò la radio e, da allora, è sempre stata sistemata sul ripiano di marmo rosa, all’angolo del bancone.
Ricordo le discussioni con Giorgio, quando ero poco più che un ragazzino, e gli chiedevo se la potevo accendere per ascoltare le canzonette.
Lui mi rispondeva che la si accendeva solo per i clienti e, in via del tutto eccezionale, se il Duce teneva un proclama.

Ed eccomi qui, dopo vent’anni, a valutare se è finalmente arrivato il momento di sostituire il Radiomarelli con qualche cosa di più moderno.
Tentenno, nel dirmi che ancora funziona, nel domandarmi perché spendere dei soldi proprio adesso, quando non abbondano certamente nel periodo di ricostruzione di un paese che è tutto una maceria.
Lo zio Giorgio ha tirato le cuoia, ma la radio sul bancone ha continuato a fare il suo dovere.
L’ho spostata, adesso è su una mensola, in alto.
L’accendo appena apro il bar: anche a me, come allo zio Giorgio, piace che la clientela si senta a suo agio mentre si beve il caffè o una bibita e, quando sono solo, mi fa compagnia.
Durante la guerra qui non veniva più nessuno, avevano paura e stavano rintanati nelle case; ora la gente ha voglia di uscire, di socializzare, di ridere e di scordare i morti e le rovine che, pian piano, stanno sparendo dappertutto.
Mi stupisco quando, la sera, le donne del paese si siedono ai tavolini, ordinano un vermouth e si accendono la sigaretta.
Prima era impensabile, le avrebbero additate come donnacce ma adesso che gli americani hanno raccontato di come fanno a casa loro, al di là dell’oceano, non vogliono certo stare indietro ed essere giudicate provinciali.
Arrivano sulle loro biciclette, con le gonne tenute strette da una molletta per il bucato ché non finisca in mezzo ai raggi delle ruote, si accomodano, ordinano e mi chiedono di sintonizzare la radio sulle canzonette che sono di moda, soprattutto le canzoni d’amore.
Se canta Rabagliati, smettono immediatamente ogni cicaleccio e sulle loro facce si dipinge un’espressione estasiata.
Gli uomini che giocano a scopa ai tavolini d’angolo iniziano a inveire e mi urlano di spegnere perché, dicono, gli tolgo concentrazione con quelle canzonette melense.
Le donne gridano tutte assieme; io, che non so mai a chi dare retta, vado un po’ a sentimento e faccio quello che mi pare.
Se questa radio avesse memoria, si ricorderebbe dell’attenzione che prestava lo zio Giorgio, in posizione marziale, quando, tra uno sfrigolio e un altro, la voce del Duce riempiva il locale con i suoi proclami.
Oppure ricorderebbe la nostra curiosità, mentre era sintonizzata sulle frequenze di Radio Londra e trasmetteva degli annunci incomprensibili: lo zio Giorgio si grattava la testa, perplesso.
Veramente non capivo nemmeno io, causa lo scoppio della guerra avevo fatto solo la prima elementare e non avevo mica studiato come lo zio Giorgio che però non capiva lo stesso.
Se la radio potesse parlare, racconterebbe di come lui abbassò le spalle quando interruppero il Trio Lescano per il comunicato urgente che annunciava le dimissioni di Mussolini e la nomina, a capo dello stato, del generale Badoglio.
Oppure racconterebbe delle musiche che sono arrivate assieme agli americani: quante volte hanno ballato, qui dentro al mio locale, i walzer e poi i boogie, solo spostando i tavolini e togliendo qualche lampadina!
Mi ricordo di una sera, era la sera del patrono, e uscirono anche i ragazzi che stavano nascosti nel bosco.
Le ragazze del paese erano felici di rivederli dopo tanti mesi, e i loro padri, alle spalle, per una sera fecero finta di non vedere le loro smorfie e i sorrisi esagerati che gli rivolgevano.
Quella sera si ballò al buio, nel caso qualche collaborazionista fosse passato da qui davanti e avesse fatto la spia.
Era già successo e la conseguenza fu una rappresaglia contro innocenti la cui unica colpa era la condivisione di una parentela.

Oggi c’è molto movimento, il bar è pieno, sono contento perché non mi sono ancora fermato un attimo.
La radio è ad altissimo volume, stanno tutti seguendo in silenzio la radiocronaca del Tour de France.
Il mio bar, come l’Italia, è diviso in due: chi parteggia per Bartali e chi invece per Coppi.
Ci sono anche le donne, che tifano soprattutto per la figura magrolina di Coppi: qualcuna mi ha confidato che vorrebbe incontrarlo per conoscerlo, perché quel suo viso smunto fa nascere in loro la voglia di coccolarlo anche se sanno che c’è già nel suo cuore la misteriosa Dama Bianca.
Solo Rosina è assieme agli uomini che tifano per il ben più muscoloso Bartali, ad alcuni di loro assomiglia per via di quel suo viso incarognito e quel fisico un tantino tracagnotto.
E’ l’unica voce femminile che sostiene che è stato Bartali a passare la boraccia a Coppi e lo dice con il candore e la passione che mette in ogni cosa che fa, anche le più semplici, come lavare le lenzuola alla fontana grande assieme alle altre donne del paese.
La Rosina mi piace, non ha un fidanzato e io, a trent’anni compiuti, dovrei sistemarmi per davvero; è bella, la Rosina, ha un corpo bello morbido che ogni tanto, quando la convinco a venire con me al casolare abbandonato di Mario, riesco a toccare mentre lei ride tutta contenta.
Ha due belle braccia tornite, da lavoratrice, e mi farebbe proprio comodo qui in bar, allegra e felice com’è sempre.
L’altra sera siamo rimasti qui solo con lei e la sua amica Mariuccia, scherzando le ho detto se le sarebbe piaciuto sposarmi.
Mariuccia si è messa a ridere ma Rosina mi ha guardato seria, senza dire né sì né no.
Secondo me accetta e mi sposa, ha quasi venti cinque anni e rischia di restare zitella.
Faremo una bella festa.
Inviterò le donne del paese a preparare da mangiare e il pranzo di nozze lo faremo qui, nel mio Bar Sport.
Chiederò al dottore se ci farà d’autista, è l’unico del paese che ha la Topolino ed è contento quando lo coinvolgono in queste cose; sarà felice di accompagnarci in chiesa con la macchina tutta lucida.
Per una volta terrò spenta la radio e scriverò a mio cugino che suona la fisarmonica in una orchestra di liscio, se viene qua con gli altri musicisti a farci ballare dopo il pranzo.
Il Radiomarelli del Bar Sport di Giuseppe, detto Jusfin, resterà sulla mensola a guardare e chissà che presto non inventino un oggetto che oltre alle voci faccia anche vedere le facce.
Lo comprerei anche se costasse centomila lire, perché qui, al mio locale, si è sempre stati all’avanguardia.
Sin dai tempi dello zio Giorgio che sono certo è contento, lassù, che il suo bar e la sua radio vivano ancora.





2 commenti:

  1. che mi hai fatto venire in mente....

    lo scrivo

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