lunedì 9 febbraio 2009

Quello che Willy non scrisse



Dove eravamo rimasti?
Ah, sì, ecco la scena: io, con il pugnale nel petto, distesa sopra il mio amatissimo Romeo, morto avvelenato.
Il Conte, poco più in là, tutto sporco di sangue; d'altra parte, si sa, le spade tagliano e dai tagli esce sangue in abbondanza.
Poi c'è pure quel brav'uomo di Fra Lorenzo, disperato perché si sente in colpa: poverino, tiene una certa età, non lo si può colpevolizzare più di tanto se la missiva la spedì solo un attimino in ritardo, c'aveva la meridiana ferma perché era molto nuvoloso e non s’era accorto che il tempo passava.
Che altro c'è?
Mio padre che piange, quello di Romeo che si dispera: troppo tardi, signori, dovevate pensarci prima e lasciarci andare per la nostra strada, via, dove ci voleva condurre il cuore.
Uhm, cos'ancora?
Ah, aleggia il gossip di paese, che a Verona è come una freccia: non fai in tempo a scoccarla che via, ha già passato l'Arena intera senza che tu te ne accorga.
Fermi lì, non malignate: io, posso citare il Fabrizio quando e come mi pare, lui sa che non è plagio, visto che da questo mio pensiero scrisse poi, anni dopo, il seguito della mia storia.
Oui, Bocca di Rosa c'est moi!
Perché dovete sapere, cari miei, che fui proprio io ad ispirare il poeta genovese, io e le mie gesta.
Veramente anche mio padre, Sir William, voleva scrivere un finale diverso e nella sua testa lo fece, non lo mise mai su carta –dicono che gli fosse venuto il callo dello scrivano al dito medio della mano destra e che ne soffrisse parecchio-; non lo scrisse, non lo diede in pasto al pubblico, tanto meno lo regalò al salotto di Bruno Vespa, ma lo pensò, lo giuro sulla testa di Romeo che tanto è già belle che morto.
Io lo so con certezza: io c'ero, e posso dirlo senza timore di essere smentita.
Ai tempi, il mio signore padre Sir William – adorava essere chiamato con il rango che gli spettava -, avrebbe voluto sì scrivere e rappresentare un'altra bella storia che finisse bene: una commedia, una farsa insomma, un qualche cosa che facesse ridere, alla fine, dopo tanta tragedia.
Ci rinunciò, ahimè, non solo per il callo al dito medio della mano destra, ma anche perché, dopo il molto rumore e le poche ghinee che gli giunsero nelle tasche dalla sua storia, incasinatissima, capì che non sarebbe stato compreso ancora una volta e rinunciò.
Lo sapeva anche lui, nel raccontare le schermaglie d'amore della Ero, di Benedetto, della Beatrice, di Don Juan e di tutta la compagnia bella di Messina, che il popolo voleva sangue e tragedia e che per la commedia aveva da passare nottata.
Secoli, veramente: fino all'avvento di Zelig.
Quindi, il mio signore padre Sir William, mi lasciò là in chiesa, morta, con tutti quanti disperati e tristi a piangere sta giovinetta, semi-vergine, che per l'amore trascendente di uno solo, rinunciò ai piaceri della carne con tanti.
In realtà, e questo non lo trovate scritto su Wikipedia, lui pensò altre dieci cartelle sul seguito della mia storia, che però non si azzardò a rendere pubbliche, aveva deciso di conservarle per quando i tempi sarebbero cambiati e il pubblico avrebbe apprezzato un bel coup de théâtre senza tanti morti.
Ero io, proprio io medesima che glieli suggerivo di notte, ma lui dormiva, invece di scrivere.

Rewind: torniamo alla scena iniziale.
Io, con il pugnale nel petto, distesa sopra il mio amatissimo Romeo, morto avvelenato, poco distante il Conte, anche lui morto ammazzato.
Il realtà il mio non era sangue, era solamente succo di pomodoro e non ero morta, ero viva tutta e dappertutto: avevo solo fatto finta di piantarmi il pugnale nel cuore, ero stata molto attenta a infilarlo sotto il braccio ove avevo opportunamente sistemato una sacca di pelle di capra riempita con il rosso e denso liquido che veniva usato per ravvivar le vesti.
Aspettai che tutti quanti si togliessero d'intorno, reprimendo non vi dico quanti starnuti – sono allergica ai gladioli-, e mi alzai.
E finalmente - mi dissi -, non era un materasso in lattice dell’ultima generazione e che si adattava alle forme, quello dove giacevo nella cappella di famiglia.
Aprii gli occhi e vidi quel macello che avevano combinato Romeo e il francese: gli piaceva molto, al Montecchi, menar le mani e aveva trovato un degno avversario nel Conte di Parigi: costui, pareva avesse i vetri sotto i piedi, quando saltellava con la spada in mano, lo avrei visto bene al Bolshoi a fare il primo ballerino.
Dal sangue che bagnava il freddo marmo del pavimento della cappella, pensai immediatamente che avevano fatto brillare le lame per un bel po' di tempo prima che qualcuno soccombesse.
Peccato io dormissi, ho sempre amato i duelli all'ultimo sangue, avevo ancora negli occhi quello recente, dove perse la vita Mercuzio, poverino, ma così imparò, una volta per tutte, a voler mettere sempre il naso dappertutto, quell'impiccione.
Povero Conte, come ti si addice poco il rosso sangue.
E tu, Romeo, mi pari un tantino sbattuto, cinereo ecco.
Ma Fra Lorenzo mi dice che è naturale un tal tono di carnagione quando si è morti. Avvelenati, poi, viene maggiormente accentuato: è il veleno che ruba il colore, e gli è pure andata bene che tende al grigio e non al verde, che farebbe a schiaffi con la giacca verde acido che indossa.
Ehhhh Fra Lorenzo, che ti disperi ora?
Non è proprio andata come pensavi, facciamo buon viso a cattiva sorte e tiremm innanz… mi scusi padre, dimenticavo che siamo in Veneto non in Campania.
Quella sera decisi di partire, senza dire nulla a nessuno: Verona mi stava stretta, e c'avevo pure una gran voglia di mare, di iodio che mi avrebbe rimesso in forza, e di gente meno impicciona e più alla buona dell'aristocrazia che sarei stata costretta a frequentare a casa mia.
Volevo vivere, volevo volare, ecco.
Scartai immediatamente l'Adriatico, ché mai non fosse incappassi in un bagnino assatanato; poi, c'era la mucillagine e mi faceva un poco schifo il pensar di bagnare le mie membra in cotanto lezzo.
La Toscana era già tutta impegnata, per le ore di libertà non avrei trovato un ombrellone manco a supplicare; inoltre, era decisamente fuori dalla mia portata: partivo senza uno scudo nella bisaccia e ciò che avevo in mente di fare, per guadagnarmi il pane, difficilmente avrebbe trovato riscontro in mezzo ai VIP che ormeggiavano i loro yatch al largo.
Decisi, infine, per la Liguria.
Fu quella pettegola di Bianca Maria che, in una missiva, fregandosene ancora una volta della decenza, mi aveva decantato di quanto fossero ospitali anche se un poco tirchi, nonché di come avrei sicuramente trovato presto il modo di riempire la bisaccia in mezzo alle mulattiere scoscese della città.
Il viaggio non fu dei più facili, avevo trovato di meglio in passato, ma mi sono sempre adattata ad ogni situazione, come da storia che sapete tutti: vi pare che se fossi stata schizzinosa, avrei accettato di innamorarmi di un Montecchi?
No, mi sarei adagiata alla corte di Francia e avrei fatto la vita da signora!
A Genova non sapevo dove andare a dormire, Bianca Maria era partita per i campi, ogni locanda era impegnata e per qualche sera mi adattai a dormire al riparo dell'androne di un lussuoso palazzo.
Ogni mattina ne usciva un tipo alto, con gli occhiali, che mi sbirciava di traverso: mi faceva paura, anche perché, quando lo fissavo in faccia, non sapevo bene dove guardava, c'aveva un leggero, leggerissimo strabismo ma Sant'Iddio, quanto era magnetico il suo sguardo!
Il terzo mattino che uscì, mi rivolse la parola: quasi svenni, al tono basso e baritonale ma mi ripresi prontamente e mi ricomposi, com’è consono a una damigella del mio alto lignaggio.
"Senti, bella bimba, ma non hai un altro posto dove dormire?"
"No, mio signore, sono scappata di casa, sono qui da pochi giorni e devo trovarmi un lavoro"
"Come ti chiami?"
"Che importanza ha un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Comunque, signore, mi chiamo Rosa"
"Un bel nome. Hai un bel viso e una bocca deliziosa, fatta solo per baciare ed essere baciata. Che mestieri sai fare, Rosa?"
"Oh, per ora nessuno, ma la mia amica Bianca Maria, che è specializzata nel mestiere più antico del mondo, qui, nella città vecchia, mi ha dato qualche dritta: sono certa che, con un poco di buona volontà, l'allieva supererà la maestra. Perché, vedete, signore, c'è chi il mestiere lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, io né l'uno e né l'altro, io lo farò solo per passione".

Va bene, confesso, è tutta una storia inventata.
Io morii e piansi per sempre Romeo, non andai mai a Genova e mai conobbi Fabrizio.
Lo so che siete tutti sui cinquanta e dintorni, anno più, anno meno e che la canzone di De Andrè la conoscete tutti.
Perdonate, dunque, questo mio peccatuccio letterario, ma non scagliate la prima pietra, che c'avete le diottrie in calo e non vorrei mai che, per sbaglio, mi prendeste pure.

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