sabato 21 febbraio 2009

Finché non crollano c'è speranza

Era quasi l’una del mattino quando l’orchestra smise di suonare e le luci si affievolirono sul palco fino a smorzarsi del tutto, per lasciare spazio ai fari violenti di sala.
Il concerto era finito anche se la folla urlante, davanti al rialzo che fungeva da palcoscenico a bordo pista, insisteva per un’altra canzone e un’altra ancora. Alessandro, il riconosciuto capo band, voltò le spalle alla platea e ripose la fender nella custodia, decretando la conclusione definitiva all’esibizione.
Il proprietario della discoteca era stato chiaro quando aveva stipulato il contratto per la serata: il gruppo non avrebbe dovuto continuare oltre mezzanotte e trenta, o lui avrebbe passato ennesimi guai con il vicinato che, ad ogni apertura del locale, organizzava raccolta di firme per far chiudere la discoteca, causa disturbo della pubblica quiete.
Le licenze non contavano nulla e il vecchio Vittorio era ormai rassegnato a chiudere quel luogo che aveva visto tanti concittadini inanellare i loro amori ragazzini.
Ancora una volta la serata doveva concludersi prima del tempo; non importava se la licenza della commissione di vigilanza sui locali da ballo indicava le tre come orario di chiusura; la serranda andava calata prima dell’orario impresso sul foglio e Vittorio era stanco di andare in Comune a discutere del nulla.
A lato della porta d’ingresso di vetrocemento osservava i clienti defluire in strada, indifferenti alle raccomandazioni di non gridare e di fare piano. Luca, il buttafuori, interveniva contro chi stringeva l’ennesima bottiglia di birra, nel rispetto dell’ordine preciso, impartito da Vittorio, di impedire l’uscita di qualsiasi rifiuto che potesse dar motivo di lamentele al quartiere.
Alla cassa, Graziana conteggiava il borderò ed il sorriso che aleggiava sul suo viso faceva capire a Vittorio che l’incasso era stato discreto e che non avrebbe dovuto attingere alle proprie risorse economiche per saldare l’ennesima bolletta della luce in scadenza.
Nella zona bar sostavano i ritardatari impenitenti ad elemosinare l’ultimo cocktail, incuranti dei dinieghi di Sandra e Willy che già avevano iniziato a pulire l’acciaio del bancone, a riporre in cambusa le bottiglie di liquore aperte e non finite, a gettare le fette di limone non utilizzate nell’immondizia , a sgomberare le ciotole dai salatini avanzati, sparse strategicamente sul bancone per sollecitare la sete dei clienti.
Pazientemente la sala si svuotò, il piazzale del parcheggio tornò a dormire e Vittorio e Luca poterono tornare ad occuparsi delle ultime faccende prima di innestare l’allarme e andarsene a casa.
La sala adesso era illuminata a giorno, mostrando agli occhi osservatori le rughe impietose che solcavano le pareti a calce, il parquet di legno e il lucido acciaio dei fronte bar che disegnava, sotto il bordo imbottito, autostrade di graffi opachi.
I ragazzi fumavano una sigaretta, scambiandosi sottovoce le impressioni sulla serata appena conclusa; tutti erano concordi nel dire che era stata molto densa e nostalgica per le cover, magistralmente suonate, di canzoni degli anni andati.
Aleggiava un’aria di tristezza nella discoteca ora vuota, quella sera più d’ogni altra, amplificata dai sussurri, quasi a non voler turbare la tristezza dell’attimo.
Tutti l’avevano percepita negli occhi disillusi di Vittorio.
Sapevano quanto avesse investito nel corso degli anni, dal lontano 1973 quando il Poker Danze fu varato sulle musiche senza impegno di Gloria Gaynor, della Love Limited Orchestra, di Barry White e di Donna Summer.
In ufficio, Vittorio vedeva fluire le immagini sfocate di se stesso, più giovane di trentaquattro anni, la sera dell’inaugurazione, impettito nel suo smoking bianco, all’ingresso a ricevere i clienti.
Vedeva gli anni che scorrevano e che si affievolivano come le luci in sala, ogni sera, a sgranare la pellicola di colori seppiati.
Si vedeva nell’ultimo periodo, a dare fondo a quanto era riuscito a risparmiare per non affondare il suo locale con l’infamante marchio del fallimento.
Non voleva arrendersi, Vittorio, ma era giunta l’ora di farlo.
Non era più il tempo delle discoteche, i giovani preferivano altro tipo di divertimento.

Vittorio scrollò dalle spalle i suoi pensieri, ritrovando un sorriso con il quale accomiatò tutti, anche Luca che solitamente lo aspettava in strada per accompagnarlo al posteggio dell’auto e difenderlo da eventuali rapine.
Andò nel retro ufficio, stracolmo di polverosi raccoglitori della contabilità.
Non aveva gettato nulla, era la sua memoria e non voleva privarsene, nonostante le legge gli consentisse di svecchiarsi; aveva preferito continuare a stipare fatture, scontrini e borderò nel piccolo ufficio di servizio in alte scaffalature di acciaio che ricoprivano, soffocandolo, tutte le pareti del vano.
Aprì la cassaforte, decidendo di lasciare lì la busta con i contanti residui dell’incasso, rimandando al lunedì successivo il deposito in banca.
Fece per immettere il codice dell’allarme nel pannello che si trovava lì di fianco ma fermò la mano a mezz’aria, il cuore gli balzò in gola nel sentire una voce all’ingresso che lo chiamava.
“Vittorio siete voi? Sono l’Amelia. Ma che ci fate qui tutto solo con la porta spalancata? Non lo sapete che girano parecchi loschi figuri?”
“Ciao, Amelia, come stai?”
esclamò Vittorio uscendo dall’ufficio e mettendo a fuoco la figura che aveva davanti, per poi stringerla in un caloroso abbraccio, placando l’ansia che per un momento gli aveva fermato il cuore
“Mi hai fatto paura! Hai ragione, Amelia, circa i delinquenti che circolano. Ma sai, anche loro lo sanno che c’è ben poco da rapinare qui dentro, lo vedono che gli affari vanno male, mica come una volta, quando uscivo di qui con delle belle buste piene di contanti. Ma dimmi, a te come ti va? Sei sempre in fabbrica ed hai il turno del mattino? Era da tanto tempo che non passavi a salutarmi. Dio mio, quanti anni sono passati da quando facevi la guardarobiera qui, per me! Quanti, Amelia?”
“Ne sono passati tanti, Vittorio, ma io non smetterò mai di ringraziarvi per l’impiego che mi offriste allora; non era facile trovare un dopo lavoro ed io avevo bisogno di soldi. E mi piaceva lavorare qui, sapete? Anche se era faticoso, dopo un’intera giornata di pulizie a casa dei Marazzi. Però c’è un tempo per tutto, il pubblico cambiava assieme a me, ed era giusto che dietro al guardaroba ci fosse un bel visino accattivante ad accogliere i clienti; poi, con la nascita di Antonio non me lo potevo più permettere di lavorare alla sera. In fabbrica non è male, ma volete mettere le risate che ci facevamo coi ragazzi? Ne incontro qualcuno per la strada, ora sono uomini e donne fatti ma mi salutano ancora, sapete? Per loro resto ancora la guardarobiera del Poker Danze. Li rimpiango quei tempi, Vittorio… Non mi sono dimenticata di voi anche se mi fermo poche volte. Ogni tanto passo ma vedo il vostro ragazzo sulla porta e tiro dritto; stamattina non c’era nessuno e mi sono affacciata. Me lo offrite un caffè o avete già spento la macchinetta?”
“E’ già spenta ma se vuoi ti offro qualche cosa d’altro da bere”
“No, grazie Vittorio, fa lo stesso allora. Ma ditemi, a parte gli incassi, come vanno le altre cose? Siete sempre in battaglia col vicinato? Che rabbia che mi fanno, sapete… Se non fossero così severi non saremmo costretti ad accompagnare i figlioli a ballare fuori provincia…”
“Non dirlo a me, ormai sono logorato. Ad ogni apertura sempre la stessa storia, arriva il maresciallo a dirmi che qualcuno è andato in caserma a lamentarsi. Non so più che altro fare; prima tenevo aperto per quattro sere la settimana, adesso solo al sabato sera e chiudo all’una. I ragazzi che vengono sono scontenti perché pagano per restare poche ore, hanno preso l’abitudine di andare a ballare non prima di mezzanotte e qui, dopo poco, sono costretto a farli uscire. Credo che chiuderò definitivamente ma quanto mi costa arrendermi…”
“E non avete pensato ad un’alternativa? Sapete una cosa Vittorio? Ho preso l’abitudine, quando non sono di turno alla domenica pomeriggio, di frequentare il circolo giù alla Fossetta, avete presente? Ci sta un sacco di gente, tante donne, moltissime straniere, molte sono le badanti che oramai qui sono presenti in ogni casa a curare gli anziani. E ci stanno pure tanti uomini, forse in cerca dell’anima gemella… Perché non ci provate con un poco di pubblicità, una rinfrescatina alle pareti, a far ballare la domenica pomeriggio qui da voi?”
“E dove la trovo un’orchestra che possa accontentare i loro gusti?”
“Vittorio, ma ve lo devo dire proprio io? Cercate uno di quei DJ che mettono il liscio, oppure un’orchestrina locale senza pretese che suoni dal vivo, tanto nella discoteca il palco lo avete; un po’ di revival e qualche musica tradizionale delle loro terre; non credo sarà così difficile da trovare”
“Non è una cattiva idea, anzi non lo è affatto… Potrei aprire verso le 15 come una volta, chiudere alle 20 e provarci, tanto, male che vada, peggio di così non sarà”
“Vedete? Vi conosco da tanti anni, Vittorio, lo so che non avete mai perso la vostra iniziativa. Io vi aiuterò se vorrete, spargendo la voce in fabbrica e al circolo. Sarà un successo, fidatevi di me. Ora devo scappare ché se no timbro il cartellino in ritardo e mi appioppano la multa. Conto su di voi Vittorio, non lasciatevi scappare questa idea e vedrete che risulterà vincente!”
“Va bene, ragazza mia. Posso ancora chiamarti ragazza mia? Andrò in Comune e vedremo che succederà. Ti saprò dire.”
Nel rientrare in ufficio, la polvere pareva meno fitta e Vittorio meno ingobbito; aveva deciso che avrebbe provato anche quella strada. Mentre immetteva il codice dell’allarme e chiudeva con il catenaccio la porta, pensava intensamente al nome da dare al nuovo locale.
Tanti nomi si affollavano nella mente ma nessuno gli pareva adeguato.
Pensava che sarebbe davvero potuto diventare il punto di riferimento delle tante ucraine, polacche, russe e macedoni che abitavano con gli anziani della zona e che vedeva la domenica mattina in pasticceria a sovrapporsi una sull’altra con i toni gutturali della loro lingua; pensava anche ai tunisini, magrebini, marocchini che stazionavano nei palazzi diroccati del centro storico; per loro avrebbe cercato bevande analcoliche.
Sì, poteva davvero essere un successo, anche perché sarebbe stato una novità, il primo in assoluto nel territorio, lui, con i suoi settant’anni, ad offrire un’occasione diversa di svago alle passeggiate pomeridiane al centro commerciale ed ai circoli di quartiere.

Il lunedì Vittorio chiese di essere ricevuto dall’assessore dell’ufficio cultura.
Fiori lo fece accomodare con fare annoiato, temendo nuove lamentele da parte del vecchio gestore.
Poco a poco però il sorriso cacciò l’aria scocciata, un po’ grazie al tono entusiasta e contagioso di Vittorio che sembrava ringiovanito di dieci anni dall’ultima volta che si era presentato in comune, un po’ perché Fiori, nel progetto che stava ascoltando, ci vedeva un buon progetto.
“Vittorio, complimenti. La sua idea è brillante, innovativa ed aggregativa! Sono certo che avrà successo e noi faremo di tutto per appoggiarla, aiutandola con l’ufficio affissioni, per il momento non le faremo pagare la tassa sui manifesti che vorrà apporre in giro, in seguito vedremo di deliberare sgravi sulle tasse dei rifiuti. Poi potremmo collaborare con feste a tema, per far conoscere il locale ad ogni comunità locale. Che idea fantastica! Senta, ma ha intenzione di lasciare lo stesso nome? Sempre Poker Danze?”
“No, veramente io avevo pensato a Vittorio Hall, che ne pensa?”

Era la domenica dell’inaugurazione ed era appena l’una dopo pranzo quando l’addetto alle luci puntò i fari sul palco mentre il fonico faceva il sound-check degli strumenti dell’orchestra.
Graziana era pronta con il suo borderò compilato ed i biglietti stesi ordinatamente davanti a lei, pronti ad essere venduti.
Luca e Vittorio, sulla porta, guardavano il parcheggio che si stava lentamente riempiendo di biciclette e scooter e di vecchie Opel arrugginite, mentre dalla strada una folla di signore bionde un po’ in carne avanzavano lentamente, urlando nei loro telefonini ai parenti lontani che andavano a ballare.
Da Vittorio.

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