sabato 17 gennaio 2009

Sottovoce

Vieni, avvicinati.
Per favore, sistemami i cuscini dietro la schiena ed aiutami a sollevarmi, faccio meno fatica a parlare.
Ecco, grazie, così.
Stanotte ho visto tuo nonno: è ancora bellissimo come lo ricordavo.
Come quel giorno che mi aspettava davanti alla chiesa, impettito nell’unico abito buono che aveva.
Mi ha detto che la nostra nuova casa è pronta, mi sta aspettando e mi ci troverò bene. Sono anni che ci lavora per renderla accogliente ed ospitale, ormai è giunto il tempo che lo raggiunga.
Sono stanca di stare quaggiù sola, per vivere questi miei giorni che sono non vita.
Fatti guardare.
Ti sei fatta donna, sei bella.
Il signore è stato generoso con mia figlia a farti arrivare nella loro casa.
Prendi quella chiave, apre il cassetto in alto a destra.
Dentro c’è un piccolo sacchetto di stoffa, contiene una lettera sgualcita.
Prendila, aprila.
Sei la mia unica nipote, voglio dividere con te un segreto.
Non voglio andare dal nonno con il peso con il quale ho imparato a convivere, non lo voglio ad accompagnarmi anche lassù, lui non ha mai saputo e mai saprà.
Non ti chiederò né di assolvermi né di condannarmi, mi sono già condannata e mai assolta ogni volta che ho rivissuto quei momenti.
Vieni, ciò che sto per dirti deve essere sussurrato, come se fossimo in chiesa, perché è una storia di un grande dolore, tutto racchiuso nel sacchetto ingiallito che hai tra le mani.

Le luci forti mi feriscono gli occhi, ma le lacrime che scendono a solcarmi il viso non sono dovute a questo fastidio.
“Ecco, signora, appoggi bene le gambe e scivoli con il bacino verso l’orlo del letto, allarghi bene. Sì, così, perfetto. Le faremo una iniezione, sentirà solo un pizzicore e dopo più nulla. Ecco, brava così. Pronta?”
Entro in uno stato di incoscienza, una infermiera mi tiene la mano ad incoraggiarmi, capisce, ne ha viste tante altre che come me, sole, si rendono unici giudici della vita che non ha chiesto di essere.
I rumori che odo sono ovattati, provengono da lontano e li percepisco distanti anni luce anche se il vocio è pronunciato da chi è vicino a me, attorno a questo letto duro e inospitale, a frugarmi, a colpirmi, a sradicarmi, a violarmi, a scarnificarmi. Sono obliqua e sospesa in una bolla.
Finisce tutto in pochi minuti.
Mi portano con la barella in una camera singola; mi dicono che ci devo restare qualche ora; poi, me ne potrò tornare a casa.
Mentre l’effetto dell’anestesia svanisce, inizia ad entrarmi dentro un’altra sensazione che mi fa urlare in silenzio solo una domanda: che ho fatto?
Non ci sono risposte; mai ci saranno se non dalla mia coscienza che griderà a lungo dentro di me. Non vedrò mai quegli occhi che sono ora un grumo di poltiglia senza forma, gettato in mezzo ai rifiuti.
Non ha chiesto di diventare carne e sangue anche se si è nutrito del mio sangue ed è cresciuto della mia carne nelle sue poche settimane di vita.
Poteva diventare persona ma io ho deciso al posto suo, negandogli ogni diritto e la voce per dissentire la mia scelta.
Non potevo concedergli la vita.
Era il frutto di un dolore, concepito in una storia di dolore.
I miei figli sono tutti nati dall’amore.
Anche questo è un mio figlio, ma non l’ho riconosciuto. Non avrei sopportato di guardarlo negli occhi, temendo di trovarci i suoi.
Imparerò a non pensarci, a non chiedermi ogni giorno come sarebbe stato quel grumo e come sarebbe cresciuto.
Esco dall’ospedale, gettando nei rifiuti anche la camicia da notte che non potrei più indossare.
Torno a casa.
I tremendi crampi al basso ventre sono la giusta punizione; dureranno troppo poco per ricordarmi per sempre gli occhi che non ho visto.
Forse.

Lo avevo conosciuto sul treno che portava alle Terme, un inizio estate che mi trovò particolarmente debilitata e tuo nonno mi costrinse ad una breve vacanza. Anche lui era a Porretta per riparare i danni di un inverno troppo umido; mi innamorai di lui, delle sue parole, della sua gentilezza, della sua tristezza. Semplicemente e senza domande gli donai me stessa.
Mi lasciò, in ricordo, un ovulo fecondato nel ventre, di cui lui mai seppe.
Il mio segreto, lui e il suo germoglio.
Mi sono martoriata l’esistenza futura. Col rimpianto ed il rimorso, che ho soffocato nei meandri della mia anima per non sentirli urlare e violentarmi la mente ad ogni momento.
Ecco, cara, leggi quella lettera, ora.
La busta è ingiallita, sono passati molti anni da quando me la consegnarono.
Sì, è una lettera di dimissione, quella che mi diedero quel giorno all’ospedale.
Leggi. Sarebbe stato tuo zio o tua zia.
Sì, cara, I.V.G. significa interruzione volontaria di gravidanza.

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