giovedì 8 gennaio 2009

Leggere attentamente le avvertenze

Ogni sera il rituale era identico: posacenere perfettamente pulito, una sigaretta, l’accendino.
Poggiati di fianco alla abat-jour.
Lei si addormentava serena, pensando agli oggetti che, da una vita, erano la sua buonanotte migliore.
Il suono della sveglia la trovava già sola: poteva permettersi un’ora in più di sonno rispetto ai figli, che prendevano in pullman per andare a scuola, ed al marito, che si alzava all’alba perché – diceva- concludeva più nelle ore mattutine che non durante il resto della giornata.
Lei si svegliava, sprimacciava i cuscini alle spalle, e compiva il rito propiziatorio giornaliero: con gesti lenti, per centellinare il piacere che sarebbe di lì a poco arrivato, allungava la mano, prendeva la sigaretta, l’accendeva e se la fumava.
Era la sigaretta più amata, la più gustata e che faceva sì che poi partisse in quarta, una volta spenta la cicca nel posacenere.
Dopo di ché si alzava.
Per prima cosa apriva le finestre, incurante della temperatura esterna: se era estate, entrava aria calda a contrastare quella condizionata dell’impianto di refrigerazione. Se era inverno, il gelo provocava, al contrasto col calore dei termosifoni, una leggera nebbiolina sul davanzale di marmo.
Fatto questo, poneva la biancheria del letto a prendere aria alla finestra; poi prelevava dal cassetto l’intimo e andava a farsi la doccia.
Quel mattino, passandosi il bagno schiuma sulle gambe, si rese conto che necessitava dell'attenzione della lametta e così fece, rimandando di poco il momento di tornare in camera per rifare il letto, preoccupandosi prima di chiudere gli scuri per non trovarsi gli occhi maliziosi del vicino a spiare le sue grazie pressoché ignude, al di là del vetro, come era già successo qualche volta.
Dall’armadio scelse una camicia bianca deliziosamente attillata da abbinare ad un tailleur blu scuro con la gonna appena sopra il ginocchio e la giacca fasciante, un Armani che aveva acquistato pochi giorni prima per gli incontri di lavoro importanti, come quello che l’attendeva più tardi, in ufficio.
Quando il caffè terminò di borbottare dalla caffettiera, finì di riordinare la camera e chiuse le finestre, dopo essersi assicurata che nessun odore stantio di sigaretta era rimasto ad aleggiare.
Dopo il caffè, un velo di rossetto pallido; amava i rossi carmini ma li aveva abbandonati al compimento del suo quarantesimo anno di età: riteneva che il Rouge n.5 di Yves Saint Laurent non fosse adatto ad una signora di mezza età quale lei si riteneva.
In auto, si accese la seconda sigaretta, non prima di essersi sistemata l’auricolare alle orecchie, preparata ad eventuali telefonate entranti.
Non aveva decisamente il sapore di quella fumata poc’anzi, ma le riempiva i polmoni e la tranquillizzava, consapevole che un poco del rossetto sarebbe rimasto sul filtro.
Poco male, aveva da percorrere qualche chilometro e c’era tutto il tempo per fumarsene ancora una, prima di blindarsi nel suo ufficio di vetrocemento e sistemarsi.
Parcheggiò al posto a lei riservato, delimitato da gialle strisce e la scritta Direzione: una conquista che le era costata parecchi rossetti, ma per il successo erano delle inezie.
Spense la quarta sigaretta con un gesto grazioso della punta del piede, fasciato in uno splendido paio di scarpe di Prada dal tacco squadrato.
Una deviazione al bagno, a piano terra, per controllare le labbra e togliere dal vestito eventuali residui di cenere svolazzante, ed occupò il suo studio.
Il ficus benjamin necessitava di una bella lucidata e, mentalmente, si annotò di passare al supermercato a prendere il prodotto per riportare la pianta ad un aspetto decente, in sintonia con tutto il resto del suo ufficio ove ogni cosa era impilata ordinatamente.
Se c’era una cosa che irritava la donna, erano le carte in disordine e non un foglio, non un post-ist, non una penna non era sistemata dove doveva.
I colleghi la deridevano.
Per la sua mania dell’ordine e per la sua debolezza: era l’unica, di tutta la banca, che con l’entrata in vigore del divieto di fumo non era riuscita a smettere.
La deridevano quando, a metà mattina, andava in cortile a fumare, incurante degli sguardi beffardi di chi transitava; in estate, lasciava il fresco e rientrava lucida di sudore. In inverno entrava rabbrividendo. Loro non capivano che, per lei, quei momenti erano aspettati con un’ansia, un’emozione che poteva essere paragonata solamente all’incontro con il primo amore a dodici anni.

Il primo cliente arrivò con dieci minuti di ritardo e ciò causò, in lei, un senso di fastidio.
Odiava chi non rispettava gli appuntamenti, e le scuse bofonchiate dell’uomo su parcheggi inesistenti, non le fecero recuperare il buon umore.
Ascoltò le sue richieste senza battere ciglio, mentre continuava a disegnare ghirigori sul post-it giallo fluorescente che aveva davanti.
Poi, parlò:
“Signor Casati, io l’aiuterei volentieri, guardi, se c’è qualcuno che se potesse lo farebbe, sono io. Ma se ora propongo alla direzione la sua richiesta di finanziamento per l’apertura di una tabaccheria… bè, credo che mi guarderebbero come una pazza. Lei si deve rendere conto che il centro città è ormai pieno, un’altra spaccio non troverebbe utenza. Pensi al danno che ha fatto Sirchia, signor Casati. Le suggerisco di trovare un’iniziativa più originale e di ripassare, sono certa che non le verrà negato il mutuo. Ed ora, se non le dispiace, devo andare: sono le nove e cinquantotto ed alle dieci ho un appuntamento importante”.
Non si dilungò in spiegazioni, non disse all’uomo, notevolmente abbacchiato dal rifiuto, che alle dieci in punto aveva un appuntamento con la sua amata, adorata, desideratissima sigaretta.
Scese le scale; distrattamente, con la coda dell’occhio, notò la strana calma che regnava al primo piano: la gente immobile in attesa sulle sedie, i clienti al banco fermi e silenziosi, in attesa.
Uscì fuori, si mise all’angolo della porta girevole e, con gesti lenti, lentissimi, si accese la sigaretta, aspirandola fino in fondo e gettando fuori il fumo piano piano.
Osservò per un attimo la scritta che troneggiava sul pacchetto: Il fumo uccide.
Sorrise, pensando che di qualche cosa bisogna pur morire; se per lei era stato scritto che doveva essere il catrame che respirava con regolarità da anni, pazienza.
Sua madre era morta di cirrosi epatica pur non avendo mai toccato un goccio d’alcol in vita sua, quindi, perché preoccuparsene ora?
Ciò che ora importava era il fumo azzurrino che continuava a salire, alla brace che si faceva brillante ad ogni aspirata, alla cenere che cadeva a terra, non prima di aver danzato un bolero nell’aria.
Era sommersa in questi pensieri quando venne travolta da un tipo che usciva velocemente dalla porta girevole, la gettò a terra violentemente, mentre dall’interno la sirena dell’allarme iniziava a lanciare il suo grido nell’aria.
Realizzò che c’era una rapina e che il tipo con lo sguardo nascosto dal passamontagna, era il rapinatore in fuga.
Null’altro.
Perché la tempia batté violentemente contro lo spigolo quadrato del grosso posacenere di marmo caolino.
Non ebbe nemmeno il tempo di realizzare che bisogna sempre leggere gli avvertimenti e che, in effetti, il fumo uccide.

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