sabato 17 gennaio 2009

L'anima calda degli oggetti

Gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive: questo pensiero mi sfiorava ogni sera quando, una volta sistemata la cucina e messo a letto i bambini, mi accingevo ad accendere il computer.

Stefano si sprofondava sul divano con il suo sigaro in bocca ed io andavo nello studio, per commuovermi ancora una volta, come succedeva da mesi, davanti a quell’oggetto inanimato ma che riusciva ogni volta a riempirmi le serate di un qualche cosa che da tempo latitava la mia vita.

Mi avvicinavo al computer sempre con un timore reverenziale e la paura di non ritrovare ciò che mi apriva il cuore di sentimenti creduti persi per sempre.

Avevo conosciuto Salvo in una caldissima sera annoiata di fine luglio; mio marito era fuori per lavoro e alla televisione non c’era nulla di talmente interessante da usare come sonnifero.

Quella sera accesi il PC, imponendomi di proseguire un racconto che avevo iniziato così, quasi per gioco.

La bustina della posta lampeggiava e nel leggere il messaggio mi chiesi chi mai poteva essere il mittente sconosciuto che mi mandava una poesia per mail; pensai immediatamente a qualcuno conosciuto in chat e la curiosità di vedere se quell’username fosse collegato, mi fece accedere al grande salotto virtuale dell’etere.

Il suo nome era in stanza e lo cliccai in privato, chiedendo spiegazioni sulla sua missiva.

Iniziò così la nostra storia; una storia di parole senza sguardi, nella quale riversavamo i nostri dolori e le nostre tristezze, le delusioni e le disillusioni verso i nostri reciproci compagni che, nonostante presenti, lasciavano il vuoto attorno a noi facendoci sentire soli in mezzo a tanti.

Salvo era siciliano, una moglie e un figlio con gravi problemi di disabilità; sapevamo entrambi che i sentimenti che provavamo uno verso l’altro non avrebbero mai varcato la soglia del monitor, che non avremmo mai annullato le distanze che ci separavano e che le nostre famiglie sarebbero state per sempre la priorità.

E ogni sera, a ogni accensione, entravamo nel nostro giardino segreto, ritrovavamo parole di conforto e di amore che ci facevano spegnere il computer con un sorriso sulle labbra e andare a letto con le parole dette e scritte a cullarci il cuore.

Lo studio era diventato il luogo invalicabile per la mia famiglia; con la scusa che i bambini avevano preso l’abitudine di mettere in disordine le carte, avevo iniziato a chiudere a chiave ogni volta che uscivo da casa.

Quella mattina non mi sentivo bene, un malessere generale mi aveva convinto a rientrare dall’ufficio e andarmene a letto con una camomilla ed una pastiglia antiinfluenzale.

Poggiai la borsa sulla cassapanca dopo averne estratta la chiave dello studio, misi a scaldare l’acqua con ancora il cappotto addosso.

Stavo per infilare la chiave nella toppa quando sentii la serratura aprirsi dall’interno: mi ritrovai Stefano, in piedi, con gli occhi lucidi ed il viso disfatto.

Lo guardai interrogativamente e lui mi strinse tra le braccia, scoppiando in un pianto che pareva incredibile, tanto squassava il corpo massiccio di mio marito.

“E’ da qualche tempo che ho capito che qualche cosa non va, Elisa. Ho letto le tue conversazioni con principemyskin. Perché, Elisa?”

La tristezza dei suoi occhi lucidi, una volta finiti i singhiozzi, fece affiorare mille e mille sensi di colpa; non avevo una risposta per lui se non che non lo amavo più e lui non amava più me.

Per convenienza non ce lo eravamo mai confessato, avevamo ignorato lo strappo che ci aveva fatto dimenticare com’eravamo: uno strappo che si era poco a poco allargato, fino a diventare talmente grande e sfrangiato che nessun rammendo lo avrebbe potuto rimettere assieme.

Guardai il ritratto incorniciato sulla scrivania, una foto scattata l’estate addietro sulle antiche scale di pietra dell’anfiteatro di Taormina.

Io, Stefano e i bambini sorridenti.

Pensai solamente che quell’estate non conoscevo ancora Salvo.

Ripresi la borsa dalla cassapanca ed uscii, lasciando Stefano in piedi tra la porta dello studio.

Non sapevo dove sarei andata.

Non ci volevo pensare, non in quel momento.

Presi l’auto e vagai per la città.

Una telefonata a Salvo con la quale lo avvertivo di quanto era successo fu l’ultima memorizzata nel registro delle chiamate che gli inquirenti si fecero rilasciare dal gestore telefonico quando ripescarono il mio cadavere dal Tevere.

Il caso fu archiviato come omicidio: finì in carcere un serial killer che già aveva ucciso altre due donne in quel periodo, colpendole alla testa e gettandole poi nel fiume.

Nessuno pensò ad un suicidio e il bozzo alla tempia che l’autopsia rilevò non fu attribuito ai colpi che il mio corpo aveva assorbito sulle pietre degli archi, prima di dissolversi nel nulla quando le acque limacciose mi abbracciarono per sempre.



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