sabato 17 gennaio 2009

La cosa

La stanza era impregnata di un odore acre di sangue e urina.
Un odore di morte, che afferrava le narici con un senso di fastidio.
Il sangue iniziava a rapprendersi nello squarcio del ventre, gli intestini che si intravedevano erano scuri e maleodoranti anch’essi.
Rivedeva la scena al rallenty, dal momento che era iniziato quel viaggio di follia, fino alla coltellata che aveva posto fine a tutto.
Cercava nel suo viso esangue il colore e la vita che aveva amato un tempo.
Se ne erano andati, con l’ultimo respiro, in quella fredda alba di novembre.
Ora lei era grigia, gelida, immobile; la ciocca dei capelli biondi le copriva un verde occhio, vitreo, fisso sul soffitto scuro.
L’aveva amata, sì.
Poi arrivò la Cosa e l’amore si trasformò dapprima in fastidio, poi in rabbia cieca che lo invase, facendogli compiere il gesto che lo avrebbe segnato per sempre.
Vedeva il suo viso morto e ripensava al suo sorriso vivo, mentre gli diceva che sarebbe andata a Firenze per il week-end.
Non era la prima volta che succedeva che lei andasse via da casa, per una mostra, un vernissage, la presentazione di un nuovo libro.
Intuiva che stavolta era diverso, sapeva che non sarebbe tornata più da lui, c’era un tarlo insidioso a trapanargli la testa, un ronzio continuo nelle orecchie a sussurrargli che lei lo tradiva.
Lei sul treno che lo salutava con la mano inguantata, lui sulla panchina con l’occhio lucido.
Era un addio, lo sapeva, e non poteva sopportarlo.
Per lei aveva ribaltato la sua vita, e ora lei lo stava lasciando con parole inespresse di menzogna.
Era certo che il viaggio a Firenze non era stato programmato per andare a visitare gli Uffizi, ma per altro, per incontrare lui che non sapeva esistesse, ma la Cosa glielo ripeteva continuamente: lei ama un altro, non ti ama più. Va a Firenze per vedere lui, vedrai, tornerà solamente per prendere le sue cose, ti sta lasciando.
Lei non gli aveva chiesto di accompagnarla.
Decise di seguirla in auto, avrebbe fatto prima lui che non l’interregionale delle Ferrovie dello Stato; fu un viaggio di tormento, per ogni chilometro macinato dell’autostrada intasata di macchine.
Si appostò su una panchina, di fronte all’ingresso, nascosto da una fredda colonna di pietra.
Agli Uffizi, non la vide mai arrivare; la aspettò per tutto il giorno, sobbalzando ad ogni cappotto chiaro che si avvicinava, con il cuore che faceva si fermava per un istante per poi riprendere scomposto il ritmo, appena le sue speranze venivano stroncate.
La notte scese, lui tornò a casa.
Lei era già là, in cucina.
Sul tavolo borse piene di oggetti, di abiti, con le borse delle note boutique fiorentine che erano stato spesso oggetto dei loro pomeriggi; lì, a marcare a fuoco la menzogna.
La sua voce che gli raccontava le meraviglie che aveva visto.
“Ti devo dire una cosa, una cosa importante, amore”
Lui non riusciva a parlare, un groppo alla gola gli impediva di fare uscire alcun suono.
La Cosa lo stava azzannando con urticanti pensieri di fuoco.
La fissava da dietro, percorrendo con gli occhi il corpo snello che tante volte aveva accarezzato e amato.
Vedeva un’ombra senza contorni in quel momento, inginocchiata davanti a lei, mentre le dava piacere; la vedeva sdraiata su un letto a fare l’amore con l’ombra senza tratti.
Ma c’era, la vedeva, e la Cosa gli descriveva l’altro in ogni dettaglio indefinibile.
Presenza tangibile anche se senza contorni.
Lei si voltò, stupendosi di quel silenzio.
Guardò il volto di lui, pallido.
Non fece caso subito a quello che aveva in mano.
Gli si avvicinò per stringerlo in un abbraccio.
Fu un abbraccio di morte, arrivata nel suo ventre con la prima coltellata che le fece vuotare la vescica, gli occhi che lo fissarono per l’ultima volta, mentre si chiedeva il perché.
Ora era morta, non era più carne ma solo spirito: quello sarebbe stato dentro di lui, per sempre, nel ricordo di quell’amore ammazzato da una Cosa di nome follia.

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