venerdì 23 gennaio 2009

I migliori anni della mia vita




Volume I
Da un poltrona di velluto in prima fila in un locale raffinato per un concerto di Franco Califano, ad un urlante palazzetto dello sport per un concerto di Franco Battiato.
Sempre di Franco si parlava.
Questo è stato lo spartiacque della mia consapevolezza musicale, nell’anno del signore 1981; un bel salto, decisamente.
Ebbene, lo ammetto, i miei amici mi prendono ancora per i fondelli e si auto-gratificano del titolo altisonante di Redentori. Però lo sono stati davvero.
Con il mio debutto nella società underground della Modena dei primi anni ottanta ho scoperto un mondo che mi era completamente sconosciuto, fatto di musica che usciva solo e unicamente dalle frequenze distorte di una radio locale, nata nel 1977 in piena era punk, che iniziai a frequentare regolarmente essendo, ai tempi, di proprietà di quello che sarebbe poi divenuto mio marito.
La radio divenne la mia seconda casa: dalle 13 alle 14 andava un programma di richieste ed ai tempi non ero ancora così ligia al lavoro ed era abitudine passare la pausa pranzo in radio, assieme a Cavallo, il DJ che esaudiva le richieste; e le esaudiva con una faccia di bronzo mica da ridere, visto che alternava Teorema di Ferradini a un Why dei Discharge con una nonchalance da brivido, sempre che nel contempo non arrivasse una richiesta di liscio. Tanto l’unica pubblicità che passava era quella del SuperConadTorinese, noto centro di ritrovo delle rezdore fioranesi.
Alla sera invece c’era musica a 360° ed era diventata una bellissima abitudine fare le tre di notte a giocare a risiko su quei divani sfondati salvati dalla discarica comunale; non c’erano molti soldi, ma c’era tanto, tantissimo entusiasmo.
Per pagare le bollette della luce, quando gli introiti pubblicitari non bastavano, facevamo dell’autofinanziamento. In estate, oltre a frequentare a sbafo tutti i concerti delle varie feste dell’unità, restavamo al circolo Titanic.
Fu in quel periodo che conoscemmo Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, diventammo amici oltre che promotori ad ogni ora del giorno e della notte della musica dei CCCP, così lontana da quella che proponevano ai tempi i Litfiba o i loro cuginetti Diaframma.
Nell’estate del 1984 organizzammo il nostro primo concerto, ci rimettemmo anche le mutande.
Suonarono in piazza i Cult, allora non si erano ancora tolti il loro pronome, erano ancora i Death Cult; sulle gradinate della piazza ci stava pure Tornatore, noto giornalista del Mucchio Selvaggio che ci fece i complimenti per l’azzardata scelta.
Anni dopo, però, ci prendemmo la nostra soddisfazione quando un amico ci portò, da Londra, un bootleg dei Cult il cui titolo era Live in Sassuolo.
Nell’autunno ci inventammo gestori di discoteche ed aprimmo il Pakko, una ex-acetaia dimessa con i topi che giravano sotto il bancone del bar, ma che importava, là dentro c’era la vita.
Anche Piero Pelù credo abbia ricordo della sera del capodanno del 1984, quando venne a tenere là un concerto: se Stieppo non si fosse mosso a staccare la spina del generatore di corrente, il povero Piero non avrebbe continuato a cantare, ve lo garantisco: sarebbe morto fulminato attaccato a quel microfono.
Al Pakko passarono tantissimi gruppi, emergenti e non, italiani e stranieri, della scena wave e punk di quegli anni. Un orgiastico tuffo nella musica era, ne uscivamo storditi, ma che felicità che avevamo.
Ci cacciarono dal Pakko, disturbavamo il quieto vivere del paesello di provincia.
Eravamo disperati quando ci venne gettata un’ancora di salvezza.
Non so chi ci chiamò e come arrivammo in quel locale, dislocato strategicamente lungo la strada che congiunge Modena a Bologna.
So solamente che quando entrammo, ci guardammo tutti e l’entusiasmo che si leggeva prima nei nostri visi svanì come neve al sole.
Non avremmo mai potuto riempirlo di gente, era troppo grande. La nostra era sì musica alternativa, ma pensare di richiamare gente in un locale con una capienza di duemila persone era veramente troppo.
Fu l’incoscienza dei nostri poco più di vent’anni e la miseria nera del gestore del Mascotte di Nonantola, il mai dimenticato Ivan Zanichelli, che ci affidò la direzione musicale ed artistica del locale, a farci tentare e scommettere su quell’avventura.
E facemmo bene, perché il nome del locale varcò la provincia, varcò la regione.
Da Firenze, da Prato, da Pisa, da Trento, ogni sabato sera si riversava nel locale una marea di gente. La capienza era di duemila persone, ce ne facevamo entrare tremila, in barba ad ogni norma di sicurezza, sempre con l’incoscienza che hai in età giovanile.
Vedevi entrare ragazzine in gonna a pieghe blu che si dirigevano al bagno, per poi uscirne con calze a rete strappate, occhi neri fino a metà viso, catene e croci in bella vista.
Vedevi i rockabilly con le loro acconciature alla John Travolta, le ragazze perfette Olivia Newton John, quasi che il set di Grease si fosse traferito a Nonantola.
Vedevi punk con creste multicolori, calzoni a quadrettoni colorati e catene al collo, che stavano ben lontani dalle teste rasate degli Skin con i loro bomber verdi: ognuno di questi gruppi sapeva che avrebbe avuto il momento della loro musica preferita.
Si iniziava con il dark dei Cure, degli Smiths, dei Virgin Prunes, di Marc Almond, dei Bauhaus, si proseguiva con il punk dei Ramones, dei Clash e dei Death Kennedys, poi si spaziava nel rockabilly con i pezzi dei Blues Brothers e di Elvis.
La parte centrale era tutta ritmata dalla musica dei Sigue Sigue Sputnik, dei R.E.M., dei Talking Heads, degli Stranglers, di Iggy Pop, di David Bowie, dei Depeche Mode e di tanti altri.
Alle cinque della mattina, sulle note di Sunday Morning dei Velvet Undeground, si accendevano le luci in sala e si aprivano le uscite di sicurezza. Si riusciva ad essere a casa verso le sette, ed alle nove dovevo essere a ritirare il mio cucciolo depositato da mamma e papà.
Dormivo poco, ai tempi, ma volete mettere la soddisfazione di essere pure citati in un libro?
Silvia Balestra ci ha citato nel suo La notte dell’iguana.
Non ricordo se quel libro mi piacque, so solo che lo tengo come una reliquia; così come conservo come santini preziosi le tre pagine di copertina di Rockerilla, con un mini racconto a fumetti, che raccontava la storia dei fantastici quattro che ogni sabato andavano a ballare al Mascotte.
Non mi serve tirare fuori questi oggetti materiali dal mio cassetto dei ricordi. Sono troppo vividi e vivi. Non mi servono per ricordare quegli anni. No, quegli anni sono veramente stati i migliori anni della mia vita.
Solo che ai tempi, Renato Zero non lo ascoltavo.

Volume II
L'avventura del Mascotte finì miseramente causa i proprietari dell'immobile, che imposero alla società di gestione il rifacimento di una scala antincendio della quale non vi era necessità alcuna.
Le pressioni iniziarono con alcune piccole cattiverie da parte del Comune che si era all'improvviso ritrovato ad essere sulla bocca di tanti giovani che al sabato sera vedevano Nonantola ed il Mascotte come la terra promessa; la voce ufficiale erano i numerosi articoli che apparivano con cadenza pressoché quotidiana sulle pagine della Gazzetta di Modena, che descriveva le serate di apertura della discoteca come invasione di cavallette drogate e pazze ad infestare i bei prati verdi ben curati della città.
I gestori delle varie pizzerie, pub, paninoteche della zona videro le manovre del Comune come un modo di togliere loro lauti quanto inaspettati incassi, ma nessuna voce di protesta si sollevò quando l'orario di chiusura del locale, dalle autorizzate ore quattro stabilite della commissione provinciale di vigilanza, venne anticipato alle due con comunicazione ufficiale del Sindaco che mandava ogni sabato sera i Vigili a controllarne il rispetto.
Poco alla volta coloro che si macinavano letteralmente centinaia e centinaia di chilometri per raggiungerci, disertarono poiché non facevano nemmeno in tempo ad arrivare che le luci in sala già si accendevano.
E dalle tremila persone in sala lo stillicidio portò ad averne settecento, faccenda economicamente insostenibile poiché tutti i costi erano rapportati ad un locale a pieno regime con duemila clienti dentro.
Arrivò nel mentre, si era a marzo, la lettera della proprietà, alla quale seguì una visita della Prefettura: imponevano lavori di ristrutturazione ed adeguamento al locale; le voci che giravano erano sempre più certe che si voleva destinare la discoteca all'ennesimo supermercato della Coop, visto che i proprietari facevano anch'essi riferimento alla loggia rossa di Modena.
La realtà era dissimile, ma non di molto: lo imparammo tempo dopo, quando la discoteca cambiò nome, da Mascotte divenne Vox e la gestione fu affidata alla Studio's ovvero il cuore culturale del P.D.S.
Noi eravamo in mezzo alla bufera; ancora ignari della legge Mammì che ci avrebbe imposto un sacco di lavori per avere la nostra frequenza dei 104.700 Mhz legittimata a trasmettere, iniziammo i lavori a Ospitaletto, dove avevamo identificato un sito che ci avrebbe permesso di arrivare a coprire una zona molto più ampia rispetto alla storica postazione di Ruvinello.
Geologi, geometri, muratori, carpentieri, ingegneri e tecnici: tutti coinvolti nel progetto e da pagare, e proprio nel momento in cui vedevamo la garanzia di incassi spegnersi lentamente, assieme alle sempre meno presenze nel nostro adorato Mascotte.
Nel frattempo imparammo che a Castelvetro, ai nostri amati cugini di Mondo Radio, il locale aveva dato loro lo sfratto.
Era marzo del 1989 e Gianluca iniziò a disertare il Mascotte per prestare la sua opera a favore dell'ex Nuovo Mondo, ora ribattezzato dal megalomane proprietario Albert Hall.
Alle due facevamo i conti alla cassa del Mascotte e poi andavamo all'Albert, non c'era molta gente ma la stagione stava terminando.
Nelle condizioni in cui vessava il Mascotte era impensabile ripartire a settembre e l'Albert Hall divenne appetibile per la stagione successiva.
L'estate passò in fretta e settembre ci vide belli e pimpanti ad inaugurare quella che sarebbe diventata la nostra nuova dimora musicale per il sabato sera.
Le cose funzionavano, eccome funzionavano!
La sala grande, spartana al punto giusto per la nostra clientela, era gremita all'inverosimile; la saletta metal era talmente scura, sia per le pareti che per i clienti, che metteva angoscia varcarne la soglia ma Enzo li faceva sudare dalle ventitré alle quattro del mattino senza lasciare loro un attimo di tregua.
Ed era uno spettacolo unico vederli schitarrare con invisibili strumenti tra le mani.
Nella sala grande si alternavano alla consolle Max, Giulio e Vanni: ognuno con la musica che più gli apparteneva, a lasciare esausti e soddisfatti i clienti, che se ne andavano dando a tutti appuntamento al sabato successivo.
I bar erano sempre presi d'assalto e i fusti di birra terminavano sempre prima del tempo.
Furono due stagioni di assoluta tranquillità; solo i carabinieri si affacciavano quando, alle quattro della mattina, venivano chiamati dai vicini, non proprio felici di sentire lo schiamazzo che proveniva dal parcheggio ove gli impenitenti continuavano con la musica a tutto volume proveniente dai loro stereo della auto.
Verso la fine del secondo anno arrivarono i proprietari dell'immobile, conoscemmo i milanesi e capimmo che qualche cosa non quadrava quando ci comunicarono le loro intenzioni di chiudere la discoteca poiché gli affitti erano arretrati di anni, e che Alberto continuava a lamentarsi che era sull'orlo del fallimento.
Noi eravamo perplessi, era dai tempi della disco music che il locale non andava così bene; cercammo di capire cosa non funzionava e vennero fuori le magagne nonché le menzogne di Alberto.
La Marella, la proprietaria degli immobili, venne a scoprire tutta la verità e ci proposero di costituire assieme a loro una società, noi il 50% e loro il restante 50%.
Da una parte l'organizzazione musicale, artistica e logistica del tutto, dall'altra la disponibilità dell'immobile.
Nel frattempo continuammo ad operare con la vecchia società di Alberto in attesa di rendere operativa la Nuovo Mondo S.r.l., la società nata tra noi e la Marella; di questioni burocratiche, noi che siamo sempre stati gestori improvvisati e loro, che si occupavano di gestioni immobiliari, ne sapevamo un cippa lippa: e non comunicammo in Comune la sospensione dell'attività.
Il primo sabato di settembre del 1991 aprimmo con il solito ed aspettato bagno di folla, ma ci venne immediatamente comunicato che non avremmo potuto proseguire la nostra attività danzereccia poiché privi di licenza in quanto non aventi comunicato la sospensione delle serate per il periodo estivo.
D'accordo con la Marella facemmo di tutto per riavere quella maledetta licenza che comportava richiedere la visita della commissione provinciale che desse il nulla osta e omologarla, in tale occasione, alla nuova società.
Vennero contattati muratori, imbianchini, falegnami, piastrellisti e addetti alle pulizie.
In aggiunta c'erano i quattro dell'Ave Maria che si scartavetravano le unghie per togliere la plastica logora dai pavimenti, per nascondere specchi rotti sotto strisce di carta adesiva nera e per fare cernita nei retro bar di migliaia di bottiglie, recuperandone praticamente nessuna.
Al rappresentante del SILB, Società Italiana Locali da Ballo, un ragazzo di Castelfranco davvero disponibile, feci venire i capelli bianchi a furia di telefonate di sollecito e di richiesta pareri.
Lavorammo alacremente per tutto l'inverno, pulendo e dribblando i ponteggi degli elettricisti che adeguavano gli impianti elettrici secondo quanto prescritto dalla legge 46/90.
Il Comune ci ostacolava all'inverosimile; uno degli episodi eclatanti fu quello di imporci la scala di accesso per i disabili ed i servizi igienici per gli stessi, poiché stavamo richiedendo una concessione edilizia.
Peccato che stavamo solamente facendo una ristrutturazione per la quale era obbligatoria solamente una semplice comunicazione; il Comune, un po' per temporeggiare, un po' perché il geometra era proprio uno stronzo, chiese il parere di un legale il quale ci diede, naturalmente, ragione.
Non credo che ai cittadini di Castelvetro sia mai stato resa nota la motivazione di quella parcella di duemilioni e mezzo emessa per dare un parere la cui risposta era facilmente reperibile su ogni Gazzetta Ufficiale archiviata in biblioteca.
Dopo gli accessi ed i servizi igienici fu la volta del sistema antincendio che non era stato contemplato dal progettista del nuovo impianto elettrico.
Poi il parafulmine, avendo il locale forma di cupola era assolutamente indispensabile perché se un fulmine avesse colpito il locale, tutti dentro sarebbero morti carbonizzati; una possibilità non so su quante ma una c'era.
E facemmo il parafulmine…
Erano i primi di aprile del 1992 ed il locale era a norma come mai lo era stato; ogni documento preparato in cartellette, pronto ad essere esibito a chi ne avrebbe fatto richiesta.
Il giorno fissato per la visita della commissione di Vigilanza accogliemmo il comandante dei vigili del fuoco, il viceprefetto, la dottoressa dell'USL, il rappresentate del Comune, il progettista nonché il comandante dei Vigili urbani con una distesa di pasticcini e bevande che manco vennero degnati di uno sguardo: volevamo solo essere gentili, non comprare il loro nulla osta poiché sapevamo che non potevano negarcelo, era tutto perfetto.
Ed infatti rilasciarono parere positivo, non trovando nulla che non andasse e che non fosse certificato in base alle leggi TULPS vigenti.
Le casse erano nel frattempo sempre più esili; il Comune temporeggiava ancora a rilasciarci la licenza nonostante non sussistessero più motivi per non farlo. Noi e anche i milanesi della Marella iniziavamo a dissanguarci; facemmo pressioni all'ufficio licenze e riuscimmo a strappare una licenza temporanea, intestata ancora alla vecchia società di Alberto, per aprire la sera del 4 maggio del 1992.
L'Enel non adeguò la potenza per fare la serata; senza quella non sapevamo come fare.
Baristi, cassieri, DJ erano tutti pronti ma mancava la forza motrice.
Risolvemmo la faccenda con un generatore che vibrava su un camion all'esterno del locale, se si fosse fermato sarebbe stato il panico poiché all'interno del locale non avrebbero funzionato le luci di emergenza.
Ma non successe nulla; non sarei qui, ora, a scriverne perché di fare l'assicurazione al locale a nessuno era venuto in mente, ci avrebbero preso impacchettati in una qualche galera dopo averci spogliato di ogni lira che possedevamo e lasciati lì, a marcire per l'eternità.
Quella sera pregai mia madre di venire a casa mia a tenermi il neonato, non potevo mancare a quella serata che sentivo come una vera e propria rivincita nei confronti del mondo intero.
E fu una fila interminabile di persone, che iniziarono ad arrivare già alle ventidue e trenta, stipando il locale in ogni angolo e anfratto.
I tornanti di Castelvetro erano una fila continua di auto che salivano e che sostavano in ogni luogo possibile, alcuni anche a distanza di un chilometro.
Alla cassa in tre non riuscivano ad esaudire il flusso di persone, ai servizi igienici l'attesa era di un'ora per pisciare, senza distinzione tra cessi femminili e cessi maschili.
Ai bar le attese erano ancora più lunghe tant'è che gli incassi furono strepitosi e ci lasciava tutti quanti con un ampio sorriso soddisfatto che ci salvava da richieste di fallimento che sarebbero credibilmente potute essere attuate.
Fu una serata indimenticabile perché ci confermò che dopo mesi e mesi eravamo ancora la radio in grado di trascinare folle con la nostra musica alternativa.
Fu una serata indimenticabile anche per altro.
Verso le due, con entrambe le sale stipatissime ed a pieno giro, vedemmo entrare dalla porta polizia, vigili, carabinieri e finanza.
Le divise abbondavano quella sera!
Chiusero le porte d'ingresso, il maresciallo dei carabinieri entrò nella cassa, mi aspettavo quasi che mi puntasse una pistola addosso e mi intimasse "su le mani".
Con le porte bloccate iniziarono a far uscire la gente, contandoli uno ad uno.
I ragazzi, che avevano capito la situazione, provarono a sfondare ed uscire dalle uscite di sicurezza davanti alle quali sostavano camionette con tre caramba o poliziotti, alternati, per ingresso, e ce ne erano circa sedici di uscite di sicurezza…
Si concluse così quella serata coi nostri volti smarriti; non sapevamo cosa sarebbe successo la settimana entrante.
Non successe nulla per due settimane, poi arrivò la raccomandata ed, ancora una volta, il ballare cessò.
Furono mesi di cinghie strette e finanziamenti numerosi per l’acquisto del pane quotidiano, i dischi, e per cuocere il pane, l’Enel; nessuna altra spesa, compreso il nostro DJ che capita la situazione accettò una sospensione del suo contratto, in attesa di tempi migliori che sarebbero certamente arrivati.
Mesi di fame e rabbia, fino a che il 10 maggio del 1993….
Ma questa è un'altra storia: quella che ci porta di prepotenza al locale il cui funerale venne celebrato il primo novembre del 2003 per chiudere le spalle la porta, definitivamente, il 13 febbraio del 2004.
Quello che per continuità ci ha dato più soddisfazioni.
Arrivammo all'Oasis, nuovo nome della Poker Danze.

Volume III
Casa mia, la sede dell’attività di mio marito e la sede della radio stanno anzi no, quest’ultima non più, nello stesso stabile azzurro stinto di Via Marconi n.69.
Era dunque abitudine consolidata da quando mi ci trasferii, nel 1983, passare dai garage in radio per un saluto e due risate coi ragazzi che stazionavano e ci bivaccavano proprio, per poi passare per un saluto al marito, prima di andare in casa a preparare la cena.
Andrea aveva al tempo due anni e scalpitava quando lo costringevo alle tappe forzate; fortuna che i genitori già lo avevano sfamato e mi piaceva perdere quei dieci minuti a cazzeggiare dopo un’intera giornata di lavoro.
Eravamo reduci delle batoste dell’Albert Hall, Vanni io e Giuliano avevamo delle liste in tasca di soldi anticipati che arrivavano fino in centro a Modena ma, soprattutto, era il morale che era a terra: coi battenti chiusi dell’Albert Hall e le nulle speranze di riaprirlo, l’alternativa era quella di chiudere baracca e burattini, vendere le frequenze, pagare i debiti e tanti saluti, baci e abbracci.
Solo che questa prospettiva era quella che ci piaceva meno.
Avevamo fatto ballare per dieci anni il popolo rock alternativo di Modena e provincia, possibile che non ci fosse uno straccio di locale con il quale tentare una collaborazione?
Era martedì 10 maggio 1993 quando, rientrando come sempre dal lavoro, col pargolo urlante stretto saldamente alla mano, mi trovai Giuliano sulla soglia della radio con una faccia che più tristezza non poteva farmi, perché ci leggevo la resa definitiva.
Ci guardammo e gli dissi di salire con me, che avremmo parlato un po’ con calma.
Sul divano sputammo fuori tutto il veleno che ci stava facendo morire, consapevoli che non avremmo, tuttavia, risolto niente.
Erano circa le diciannove quando gli proposi di fare una telefonata a Vittorio, quello dell’ottica, che era il proprietario di una discoteca di Sassuolo chiusa da gennaio.
Giuliano assistette alla mia telefonata scuotendo la testa ma ritrovò un abbozzo di sorriso quando mi sentì prendere accordi per vederci in discoteca di lì a due ore.
Andammo.
Vittorio era molto perplesso ma altrettanto tentato dalla nostra proposta: il suo locale era un locale storico degli anni ’70, che aveva visto sul palco tantissimi cantanti del calibro di Cocciante, la Bertè, Vecchioni.
Ora aveva davanti due personaggi che gli stavano proponendo una collaborazione per le serate dei sabati festanti da lì alla fine di maggio, un cinquanta per cento sugli incassi, dedotte le spese di pura gestione.
Non era tanto la parte economica a fare tentennare Vittorio, quanto il pubblico che sapeva avremmo richiamato: temeva le orde di creste colorate, i gruppi tutti neri e scuri con crocefissi enormi sul petto, i tanti grunge con il cavallo dei calzoni alle ginocchia e le camicia a scacchi degne dei migliori pionieri della conquista del west.
Alle ventitré, finalmente, ci diede l’ok: avremmo aperto sabato 14 maggio, per la pubblicità ci dovevamo pensare noi.
Ci rideva anche il buco del sedere a me e Giuliano: non sapevamo se avremmo riempito la sala, erano mesi che eravamo fermi, ma il poterlo fare, avere l’opportunità di farlo era già motivo di gioia.
Nel tragitto di ritorno in radio avevamo già telefonato a Maurizio, un amico che aveva una tipografia, verso l’una avevamo pronti i nostri foglietti, con il simbolo che da sempre ci distingueva e poche righe a presentare la serata; erano la quantità appena sufficiente a battere a tappeto il mattino dopo tutti i bar, birrerie, paninoteche, negozi di Sassuolo, mentre Maurizio avrebbe continuato a sfornarne altri per tappezzare analogamente Modena intera.
Il mattino dopo le squadre dei volontari, nelle figure dei DJ che rischiavano di perdere il privilegio di trasmettere dalle frequenze dei 104.700 Mhz di Radio Antenna Uno Rockstation, fecero il miracolo.
Ma quel mercoledì mattina non lo sapevamo ancora.
Lo imparammo solamente sabato sera, quando alle ventidue l’atrio della cassa era stipato di gente che spingeva, spintonava, urlava per acquistare il prezioso foglietto che gli avrebbe permesso di entrare nel nirvana della musica della loro radio preferita.
Alla cassa io e Graziana non riuscivamo a mantenere il ritmo, non avevo nemmeno il tempo di fumare una sigaretta e di salutare nessuno.
Vittorio, al fianco di Sandro, la maschera, restava impassibile ma gli scappava sempre lo sguardo o sulla cassa o sul guardaroba, dove Anna aveva assunto un colorito rosso fuoco dallo sforzo di accontentare tutti i clienti e di riporre i loro chiodi da cinquanta chili l’uno sulle grucce.
Era davvero il nirvana: per le nostre casse ma, soprattutto, per il nostro grandissimo ego che venne fortificato dalla consapevolezza che eravamo ancora la Rock Station più ambita, la più seguita, la più amata.
Era il nirvana, sì.
Sotto la voce di Kurt Cobain che usciva amplificata a mille dalle casse, a fare smuovere duemila persone.
Vittorio alla fine della serata ci ringraziò, non sapendo quando noi dovevamo ringraziare lui e la sua disponibilità del locale, che fu una vera e propria cascata d’acqua in un deserto, non solo monetario.
La “stagione” sarebbe dovuta durare solamente tre sabati e cioè fino alla fine di maggio.
Andò avanti, invece, fino al venti di luglio per darci appuntamento da lì al primo sabato di settembre del 1993.
Ballammo, ballammo a lungo all’Oasis.
Fino al tredici febbraio del 2004.
Quando scrivemmo la parola fine a quelli che ancora oggi considero i migliori anni della mia vita.

2 commenti:

  1. Ciao , trovo questa storia bellissima ,perchè è anche la mia vita. Grazie
    MICKY Psychobilly spezzano

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  2. E' una storia che andava scritta. Ci manca tanto qua dentro. Ma non sarebbe un racconto lungo, sarebbe un romanzo.

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