giovedì 8 gennaio 2009

De mortuis nihil nisi bonum

Sceglierò accuratamente, con estrema calma, senza impazienza.
Perché sarà una di quelle occasioni nelle quali la fretta potrebbe rivelarsi davvero una cattiva consigliera.
Ho tempo per scegliere, tutto il tempo che voglio e ancora di più; nulla mi aspetta domani, non una voce a scalfire il silenzio perenne, il vuoto assoluto.
Ma che bei colori che ha il vuoto! Non lo avrei mai creduto, pensavo ad una piattezza monocromatica ed invece ho punti luci dalle mille tonalità e gradazioni che mi costringono a strizzare gli occhi, evidenziando le rughe sottili del contorno globi oculari.
Il lato positivo sta tutto qui: non necessiterò di iniezioni di botulino perché non ci sarà il tempo necessario a farle diventare rughe profonde.

Davanti ai miei occhi tanti campioni di 15x15, difficile la scelta.
Il bianco carrara lo immagino illuminato da un raggio obliquo di sole al primo mattino, lo renderà accecante e splendido, in mezzo a tutta la distesa di anonima calacata beige con le croci stilizzate in acciaio brunito temperato.
Troppo scontato, senza verve, senza quel tocco di classe che io desidero.

Un bel verde alpi, con alcune venature più chiare sarebbe l’ideale per l’associazione del colore alla simbologia: la speranza, di restare a liquefarmi piano piano, ad essere nuovamente terra, dopo il processo di lenta scarnificazione dei vermi, che ingrasseranno di pari passo con il mio scioglimento in poltiglia puzzolente che non trapasserà lo zinco della mia ultima dimora.

Rosa perlino: no, troppo pallido e anonimo perché lo scelga.
Ho necessità di colore anche da morta: il rosso alicante o il rosso verona.
A Verona sono andata qualche volta, ad Alicante mai; obbligatoria la scelta: se deve essere rosso, che sia rosso di flamenco, di capelli neri raccolti, di gonne svolazzanti su polpacci torniti a battere il tempo coi tacchi chiodati.
Che sia rosso di nacchere a scandire, a ritmare, a far ansimare i seni nello sforzo.
Ad accompagnarmi nell’eterno riposo.

Avanti, recitate con me la formula di rito, fatene un coro, una nenia, smorzate i toni accesi e sussurrate piano, una due dieci cento voci… De mortuis nihil nisi bonum: dei morti non si può dire niente se non bene.
Perché, avete forse avuto qualche cosa di male da dire quando ero viva?
Mi conosco molto bene: non sono cattiva, non ho mai agito con cattivi intenti e se l’ho fatto, è stato del tutto involontario, senza volontà alcuna di ferire, una sorta di auto-difesa, di auto-sostegno per me, una terapia non a due ma a una sola me stessa.
Risultati alcuni, ma non ho avuto il tempo per lavorarci ancora.

Vi chiedo scusa, se in qualche modo vi siete sentiti colpiti o toccati da mie parole.
Rispetto, pietas dunque per me e per la di me memoria.
Apprezzerei molto il gesto di vedervi varcare il cancello a mani vuote e raccogliere per me un giallo mazzo di fiori di tarassaco, lì, di fianco all’ossario ce n’è una distesa incredibile.
Romantico gesto, il pensiero di regalarmi fiori appena raccolti e non premeditatamente acquistati.
Il giallo sta benissimo con il marmo rosso alicante, un mixer di toni caldi che oltre a scaldare me, là sotto, scalderà chi poserà lo sguardo, scostando l’edera che crescerà per sbirciare una foto che non ci sarà.
Non si ricordano le anime con le foto, ma con quello che hanno seminato e coltivato, nel bene e nel male.
La mia, sarà la più bella pietra tombale della zona e qualcuno la candiderà al primo premio del concorso la cui premiazione è prevista per il prossimo due di novembre.
Ci sarete?
Sì, ci sarete.
Perché ogni maldicenza da voi detta o pensata ora, per me, non ha più importanza.
Buona vita, amici miei, che il tempo sia generoso con voi come non lo è stato con me.
E ditelo a chi vi sta vicino che li amate: domani potrebbe essere troppo tardi.
Parola di morta.
Incontestabile.

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