giovedì 8 gennaio 2009

Affetti presunti

Quando arrivò la voglia di farlo, sinceramente, non ricordo.
Ecco, mi ero ripromessa di non mentire e sono già inciampata nella prima bugia: lo so perfettamente quando arrivò.
Fu con la nascita di Giulio; è qui, ora, che gioca con i suoi soldatini.
Se avessi dato ascolto alle sue parole, non avrei davanti agli occhi il mucchietto di carne che battaglia da solo nel gioco.

- Non ce lo possiamo permettere un altro figlio, lo sai.

Aveva ragione, la gravidanza giungeva in un periodo economicamente difficile e un nuovo becco aperto a cercare cibo, attorno alla tavola, avrebbe comportato ancora sacrifici.
Come se non li avessimo già conosciuti e sfiorati con mano.
Conoscevamo cosa voleva dire non comprare carne e ripiegare sulle uova.
Sapevamo che il caffèlatte, alla sera, non era una cena nutriente per carne in crescita come quella dei nostri figli.
Ma questo potevamo permetterci.
La bottega era stata aperta da poco e tutto quello che guadagnavamo serviva per pagare il prestito ottenuto dalla banca.
Prima c’erano solamente Antonio e Baldovino; poi arrivarono Clotilde e Delfina, seguiti da Elena e Filippo. Giulio era l’ultimo della nidiata, il meno desiderato e da me, forse per assolvere i miei sensi di colpa, il più amato.
Tutti i nostri figli avevano il nome dei nostri genitori o dei nostri nonni, meno che lui: mi imposi ferocemente con Tonio, non volevo un altro nome di morto per casa.
Vinsi io.
Al tempo non capivo perché Tonio odiasse così tanto il nostro ultimo figlio. Non era mai stato prodigo di affetti, nemmeno con me; non prese mai in braccio Giulio, mai una volta.
Non importava, io avevo amore anche per lui e i figli, i nostri figli, ne avevano tanto bisogno, più che del cibo che scarseggiava.
Fu quello che portò Tonio ad allontanarsi sempre più: capiva del legame che univa la sua famiglia e percepiva che lui non ne faceva parte e mai ne avrebbe potuto esserne componente.
La colpa era solo sua, su questo alcun dubbio. Non aveva mai provato a farsi amare e ora ne pagava le conseguenze.
Anche quando mi si avvicinava alla notte, con il fiato che puzzava di vino e mi prendeva come una bestia, incurante di farmi male e di lordarmi col suo seme, dimenticando che in quel modo avevamo già generato sette figli.
Mi lavavo, ma il suo sperma appiccicoso marchiava le carni, come un marchio di appartenenza il cui odore non se ne andava nemmeno dopo sfregamenti di sapone.
Giorno dopo giorno sostituii l’amore – quello che credevo fosse amore – con l’odio.
Un odio gelido, profondo, consapevole di volergli fare del male, di annientarlo.
Tonio, dopo cena, sollevava il suo schifoso corpo dalla sedia e usciva.
Imparai che era diretto alla Casa Gialla, la casa dove sopportavano i suoi grugniti ed il suo peso addosso, solo che pagasse avrebbe potuto fare ciò che voleva.
A volte pregavo che morisse durante uno di quegli amplessi.
Ma Dio non mi ascoltava mai.
Decisi così di dargli una mano.
La nostra cantina era rinomata in tutto il caseggiato perché famiglie intere di topi avevano deciso di eleggere il loro domicilio, tra damigiane di vino che non venivano riempite da tempo e bauli pieni di biancheria che mi rifiutavo di stendere sotto l’odiato corpo di mio marito.
Non suonò per nulla strano, al farmacista, che chiedessi un sacchetto del più potente veleno per topi.
Quella sera preparai la cena ai ragazzi: uova nel latte, un poco di pane e via, a letto tutti quanti.
Giulio non ne voleva sapere di coricarsi e mi convinsi a tenerlo con me.
Tonio entrò poco dopo.
La tavola era apparecchiata solo per lui; scaraventò il suo flaccido culo sulla sedia, accompagnandolo da un rumore osceno.
Il minestrone che trangugiò con poche cucchiate lo lasciarono soddisfatto, a giudicare dai rutti di compiacimento coi quali si alzò dalla sedia.
Giulio rideva ai rumori.
Davanti alla casa Gialla, quella sera, ci fu un grande movimento.
Non mi stupii quando il gendarme venne a bussare alla mia porta, lo sguardo contrito ed il cappello in mano.
Veniva a portarmi la triste nuova che il mio Tonio era deceduto.
Nel corso degli anni avevo imparato a immobilizzare il viso ad ogni emozione; nemmeno i dolori dei parti avevano fatto trapelare alcunché di ciò che erano i miei sentimenti del momento.
Così fu anche davanti al gendarme: non una lacrima, ma, d’altra parte, nessuno mi aveva mai visto piangere.
Non un sorriso: avevo dimenticato da un pezzo come usare i muscoli facciali per far affiorare una smorfia che potesse assomigliargli.
Nulla di nulla.
L’unico gesto che riuscii a fare fu di stringermi le mani, per non farle esultare dalla gioia che in quel momento provavo.
Ero libera!
Ringraziai il gendarme.
Nel frattempo mi aveva informata che la causa del decesso era stato un infarto dovuto all’obesità: aveva stilato il certificato di morte il dottore del paese, che si trovava, assolutamente per caso, in visita alla tenutaria della Casa Gialla, malata di influenza.
Il cadavere di Tonio era composto all’obitorio.
Rientrai in casa: dall’armadio scelsi l’unico vestito buono per accompagnarlo al suo viaggio all’inferno.
I ragazzi, al rientro da scuola, si sforzarono molto per indossare la faccia addolorata che la circostanza richiedeva.
Anche loro, come me, erano liberi da un affetto presunto.
Giulietto continuava a fare le battaglie coi suoi soldatini.
Presi le lenzuola di fiandra bianca dal baule in cantina, ricamate con le cifre da nonna Ada.
Rifeci il letto.

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