venerdì 28 marzo 2014

Riannodare i fili della nostra storia




Intervista a LUCIA COSTA, MAURIZIO GIBO GIBERTINI e VALERIO GUIZZARDI - di MARIANNA SICA

Alcuni dei protagonisti di quegli anni si raccontano in una video-intervista, curata da Officina Multimediale. Con alcuni di loro abbiamo discusso il significato politico di questa iniziativa che, precisano, non ha intenti celebrativi o autocelebrativi ma di conoscenza militante. Ed è per questo che si tratta di un progetto importante. Ne abbiamo parlato con Maurizio Gibo Gibertini di Officina Multimediale, e con Lucia Costa e Valerio Guizzardi, militanti dell’Autonomia Operaia bolognese.

Come nasce il progetto-video Rivolta dedicato alla storia dell’Autonomia Operaia di Bologna? E perché Bologna?

Maurizio: In realtà il concentrarci sulla specificità bolognese è nato casualmente, ci siamo ritrovati a riallacciare i rapporti con i compagni di Bologna, con molti dei quali ci conosciamo da anni, da qui è venuta fuori questa idea e l’abbiamo realizzata. Non sapevamo all’inizio neanche bene quale sarebbe stato il prodotto, cosa sarebbe venuto fuori, è stato un work in progress, e Rivolta ne è il risultato. Il video Rivolta dedicato all’Autonomia bolognese si inserisce però in un progetto più ampio, che condividiamo con alcuni protagonisti delle lotte degli anni Settanta, ossia quello di ridefinire la storia di quel periodo attraverso il punto di vista di chi l’ha vissuta e non di chi spesso la utilizza semplicemente come una sorta di senso di colpa da trasmette alle nuove generazioni. In quegli anni ci sono state tante cose, alcune buone e altre cattive, c’è stata però una rivoluzione e quella rivoluzione va spiegata, non può essere infatti semplicemente ridotta al problema dello scontro, più o meno radicale. In quegli anni si è prodotto uno stravolgimento dei costumi che ha interessato tutta la società e su cui si basa ancora oggi il grosso lavoro di recupero che le istituzioni stanno portando avanti: lo vediamo per esempio sulle questioni dell’aborto.
Questo progetto più complessivo a cui ci stiamo dedicando si chiama Storie Operaie: se all’inizio infatti si pensava di parlare in modo specifico degli anni Settanta e quindi dell’argomento di Rivolta, in seguito si è ragionato sul fatto che c’è stato un decennio operaio italiano, il “decennio rosso”, e un Sessantotto operaio italiano, sotto diversi punti di vista molto più importante di quello studentesco e di cui non si sa nulla. Abbiamo poi operato la scelta di lavorare su un progetto di storia orale, ovvero riannodare i fili di quella storia attraverso le voci, le esperienze e i racconti dei protagonisti, voci che messe insieme ricostruiscono un quadro generale. Riteniamo che questo sia il modo migliore per comunicare e indagare fino in fondo quello che è successo. Vi racconto un episodio significativo avvenuto durante la raccolta di queste interviste: un giorno abbiamo incontrato un vecchio compagno, allora e adesso sindacalista di base, ci ha raccontato del periodo 1969-’70 in cui lavorava alla Candy, una società americana che fabbricava cucine e frigoriferi, gli operai avevano imposto all’azienda un tetto di produzione giornaliera di elettrodomestici e un delegato tutte le sere andava a contare i frigoriferi e faceva una specie di decimazione di quelli che non rientravamo nel tetto stabilito ed entro il quale rigorosamente si doveva rimanere, così se veniva prodotto qualcosa in più veniva abbattuto, una cosa oggi impensabile. Questo piccolo episodio ci dice che esistono tutta una serie di situazioni che hanno segnato questa storia e che vengono fuori dai racconti dei protagonisti alle quali la ricostruzione storica ufficiale non ha dato mai voce. Un’altra cosa interessante che viene fuori dai racconti dei protagonisti, e non da intellettuali che hanno analizzato e interpretato quegli anni il più delle volte a posteriori, è stato l’impatto fortissimo prodotto da un lato dall’emigrazione meridionale in fabbrica e quindi dal cambiamento della figura e della cultura operaia, dall’altro l'ingresso delle donne in fabbrica, questo ha rotto i confini della fabbrica che divenne direttamente totale investendo il territorio. Se ad esempio una coppia di giovani lavorava nello stesso stabilimento o nello stesso territorio in due fabbriche diverse immediatamente si poneva il problema della coesistenza tra di loro rispetto ai rapporti e alla gestione della vita quotidiana, si sono prodotti così i primi grossi cambiamenti culturali. Tutta questa storia è misconosciuta, non ci viene raccontata, quello che si racconta è che c’era la gente che sparava, certo è successo anche questo, ma quelli che ad un certo punto hanno deciso di sparare non erano marziani, erano dentro questo contesto più ampio e complesso. Ecco, a noi piacerebbe raccontare tutta questa storia; certo è un lavoro complicatissimo e molto duro, praticamente dovremmo costruire una sorta di enciclopedia di quelle che non finiscono mai. E c’è poi un altro aspetto importante che è emerso raccogliendo le interviste: i protagonisti di quegli anni sono animati da un grande desiderio di raccontare queste storie e di raccontarsi, è come infatti se si sentissero schiacciati da un’immagine che è stata loro imposta e che non corrisponde.

Lucia, rigiriamo allora a te la domanda, cosa ti ha spinto a partecipare a questo progetto, cosa rappresenta per te e cosa può rappresentare per quanti si avvicinano alla storia di quegli anni attraverso il vostro racconto diretto di protagonisti che prendono parola?

Lucia: Questo video è nato come corollario di un lavoro che vorremmo portare a termine come progetto editoriale che è L’eresia bolognese. Ovvero l’eresia rappresentata da quello che ha significato il Partito Comunista in quegli anni e in questa città. Quello che ha significato per noi e quello che significa tuttora in tutte le sue trasformazioni, in termini di partito di governo sia della città che a livello nazionale. L’eresia bolognese era semplicemente il fatto che tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Bologna era il fiore all’occhiello del comunismo europeo. Una città amministrata in maniera sublime agli occhi del partito, e non solo, dove erano garantiti una serie di servizi ma dove il controllo andava veramente “dalla culla alla tomba”. Nell’ambito, quindi, di quello che era il movimento di fine anni Sessanta e inizi Settanta, con tutte le sue evoluzioni, è sempre stato chiaro qui a Bologna chi era il nostro primo nemico: il Partito Comunista. Tutto ciò ha trovato culmine nel 1977-’78 quando è andato a concretizzarsi il progetto del compromesso storico. Ciò che Valerio Guizzardi dice alla fine del video assume quindi un significato al di là degli sviluppi e degli eventi: “sicuramente avevamo capito molto, forse non avevamo capito tutto, il nemico era molto forte ma sicuramente – e questo è un fatto, nel panorama che ho descritto prima – gli abbiamo impedito di governare per dieci anni”.
Per noi era importante che queste testimonianze, appunto di racconto orale e di esperienza personale, capaci di trasmettere come si stava dentro il movimento, come si sono vissuti quegli anni, fossero in qualche maniera raccolte proprio come confronto e dialogo con la città. Quello che noi e quel movimento hanno voluto dire in questa città è qualcosa di assolutamente non risolto. Eravamo qualcosa di profondamente fastidioso per il partito, ma nello stesso tempo avevamo delle complicità con gli abitanti della città, questo gulag comunista. Se da una parte ti assicurava delle cose, c’era dall’altra la presenza molto pesante del PCI. Il primo obiettivo del video, quindi, vuole essere un nostro dialogo con la città.

Avete sottolineato l’importanza del racconto orale, in prima persona, dei protagonisti di quegli anni. Dal tuo punto di vista, Lucia, come hai vissuto l’esperienza anche di crescita personale oltre che politica all’interno dell'Autonomia bolognese?

Io credo che per me, come per tutti gli altri, all’inizio sia stato un modo per esprimere noi stessi, cosa questa che emerge molto bene anche dal video, dopodiché è stato assolutamente un metodo di crescita politica ma anche e soprattutto personale. Credo infatti che la maggior parte di noi, salvo quelli che non ci sono più o che hanno avuto altre situazioni, sia profondamente segnata in senso assolutamente positivo da tutto questo, nel senso che abbiamo costruito le nostre vite rispetto a quello che era il nostro essere collettivo. Per questo credo sia importante il racconto orale, perché emerge da ciascuno di noi qual è stato il personale e anche diverso modo d’approccio, qual è stata l’analisi alla base, quale ne è stato il proseguimento, e appunto ci offre la possibilità di dire alla città, eravamo quelli, siamo ancora qui e abbiamo ancora qualcosa da dire.

Valerio Evangelisti durante la presentazione a Bologna del video Rivolta ha sottolineato la visione del mondo che permeava il movimento in quegli anni e che vi univa più che un’ideologia. Valerio, qual è il tuo punto di vista in merito?

Valerio: Valerio Evangelisti mi ha lasciato davvero di stucco perché è riuscito a restituire in pochissime parole un quadro assolutamente realistico di quegli anni. È riuscito a trasmettere quello che noi pensavamo, quello che noi abbiamo fatto, ed è stato molto bello sentirlo. Ad un certo punto Evangelisti ha parlato anche dell’allegria che ci caratterizzava, in altre occasioni io ho avuto modo di dire che allora si pensava che la rivoluzione o era qualcosa di divertente o non ci interessava, era quindi molto presente questa componente che non si riduceva ad un aspetto ludico ma era una componente strutturale delle nostra vite, di questa particolare forma di militanza che aveva permeato e trasformato tutto di noi, la nostra socialità, i rapporti, le relazioni anche amorose, tutto era all’interno della militanza politica senza separazione alcuna rispetto ad altri aspetti delle nostre esistenze. Quando le compagne, e noi grazie a loro, abbiamo iniziato a discutere di quel concetto straordinario che è “il personale è politico”, specialmente noi maschietti ci siamo visti aprire davanti un mondo fino ad allora sconosciuto e sommerso. Soprattutto noi maschietti combattenti, caratterizzati da un atteggiamento un po’ virile, questa cosa ci ha davvero cambiato la vita e il modo di approcciarci al mondo, di sognare un altro mondo. Da quel momento si è cominciato a discutere, il problema appunto era che non potevamo pensare di fare una rivoluzione, di trasformare lo status quo, se prima non avevamo cambiato noi stessi, rispetto al progetto di cambiamento che avevamo in mente, rispetto a quello che rifiutavamo e che rivendicavamo, per cui se avessimo fatto la rivoluzione portando dentro le stesse contraddizioni che caratterizzavano le nostre vite non avremmo fatto altro che riproporre lo stesso identico modello che rifiutavamo e quella non sarebbe stata affatto una rivoluzione. Questo passaggio è stato fondamentale, ha fatto sì per esempio che quello che chiamavano il “militonto”, questo militante che proveniva da Potere Operaio, con il progetto di un partito fatto di parte politica, parte militare, apparati ecc... quel tipo di militante con l’Autonomia cambia, diviene un soggetto diverso, incontra le compagne e con loro un altro modo di fare politica, trasforma se stesso. Non è più un militante ma un comunista rivoluzionario nella vita, e trasforma se stesso per trasformare tutto il resto. Questa è stata la grande intuizione, che ha fatto la storia degli anni Settanta, un’intuizione fondamentale soprattutto delle compagne femministe che dobbiamo ringraziare per questo. Non si sono mai abbandonate le pratiche anche armate rispetto al lavoro sul territorio, rispetto all’organizzazione ad esempio, ma a questo punto non è più un’organizzazione di partito ma diventa un progetto, nato e condiviso fra chi investe e lascia investire le proprie esistenze da questo obiettivo di trasformazione sociale. Questa nuova figura di militante aveva la capacità di girare armato e pronto a tutto, soprattutto dopo il 1977, dopo il caso Moro, quando la situazione iniziava a diventare davvero pesante, quando avviene un salto in avanti di tutte le organizzazioni comuniste combattenti, comprese quindi le Brigate Comuniste, le Formazioni Comuniste Combattenti, lo scioglimento in Prima Linea, lì avviene dunque il grande salto. Rimaneva però questa capacità, andare in giro armati pronti a tutto ma dentro questo tutto c’era anche la festa, la socialità, c’era il casino, i gavettoni, le feste bellissime ai giardini margherita che più volte abbiamo invaso, le feste di primavera, Radio Alice. Era insomma tutto un mondo, un mondo a sé che si contrapponeva a quello che Lucia diceva prima, cioè a quel controllo ferreo, una specie di DDR in salsa bolognese dove c’erano veramente servizi all’avanguardia ma in cambio della gestione totale dell’esistenza. Il sindaco della liberazione Giuseppe Dozza, comunista, repubblicano in Spagna, ha portato la città di Bologna dalla distruzione della guerra – che qui a Bologna davvero aveva devastato tutto – alla liberazione. Poi c’è stato il sindaco Fanti che ha portato Bologna dall’uscita della guerra alla modernità. Dentro questa modernità c’erano i consultori per le donne, gli asili nido, la divisione della città in quartieri con il decentramento del potere, quindi l’offerta di una serie di servizi e infrastrutture che però presupponevano un controllo capillare e diffuso sul territorio. Vi era un’egemonia culturale, ovviamente politica, ma anche economica da parte del PCI, un accentramento dei poteri e un controllo che si realizzava per esempio attraverso la rete delle cooperative che non definiva soltanto il lavoro, la produzione capitalistica, ma contribuiva ad un controllo capillare e diffuso in ogni ambito della vita.

Cosa il movimento ha rappresentato rispetto al modello di controllo e governamentalità che emerge dalle vostre parole?

Lucia: Provo a risponderti con un esempio. Bologna è stata la prima città negli anni Sessanta ad introdurre il doposcuola, per cui, per dare una possibilità di emancipazione lavorativa alle donne, il bambino veniva preso in consegna dalle istituzioni scolastiche fino all’età adulta, compreso anche il doposcuola fatto in una certa maniera, erano dunque presenti degli elementi se vogliamo di socialdemocrazia. Dire questo vuol dire sottolineare la dimensione di controllo capillare dell’esistenza, che aveva naturalmente anche i suoi risvolti positivi, ma pagati a caro prezzo. Bologna è stata una città-laboratorio, per questo ha rappresentato un’eresia, perché in questa perla noi abbiamo rappresentato il fattore di crisi e non da destra ma da sinistra. Quando si parla della vetrina rotta, metafora che usano gli storici e gli scrittori, si indica la nascita e lo sviluppo ad un certo punto a Bologna di un movimento che era un anticorpo rispetto alla malattia che il PCI rappresentava. Sentivamo un forte controllo su noi stessi. Anche nelle scuole per qualsiasi piccola cosa che accadeva c’era la FGCI che controllava, che mandava un suo emissario nelle assemblee di studenti e operai, c’erano i controlli sistematici nei quartieri. Quando nel video dico “Il PCI è l’altra grande chiesa”, faccio un riferimento anche storico. Bologna è stata dominata, credo in maniera paritaria, dalla chiesa e dal PCI. A Bologna, anche la polizia era PCI. Quando ci furono i grandi scontri in piazza, chi difendeva la piazza non era la polizia ma il servizio d’ordine del PCI costituito dagli operai della società del gas. La polizia stava dietro.

Valerio: Siccome il PCI aveva l’egemonia culturale, con una diffusione più che capillare sul territorio attraverso i media, le federazioni, i loro militanti, i dirigenti, i vigili urbani ecc., aveva anche la capacità di deturnare le nostre ragioni e i nostri discorsi, da lì iniziarono ad etichettarci come “diciannovisti” “fascistelli”, “untorelli”, cercando di raffigurarci rispetto alla popolazione come gli aggressori, i fascisti degli anni Venti che i bolognesi aveva conosciuto e ricordava molto bene. Provavano a ribaltare in qualche modo contro di noi un’immagine distorta di quello che noi eravamo, e questo ha generato in noi vero odio. Mio padre era stato partigiano decorato per meriti di guerra, prova ad immaginare come si sentiva uno come me che veniva additato come un “fascistello”, io ero incazzato. Mio padre, fortunatamente, non era comunista ma un socialista libertario, un lombardiano, quindi fra di noi c’era una linea diretta, mio padre insomma non apparteneva a quella dannata chiesa.
Quando facevamo i cortei, soprattutto tra il 1976 e il 1978, quando la situazione iniziava a diventare pesante, si andava in Piazza Maggiore attraversando Piazza Nettuno dove c’è il sacrario dei caduti: lì, il PCI metteva il suo servizio d’ordine a difesa – dicevano loro – del sacrario. Ma chi di noi avrebbe mai pensato di violare il tempio in cui erano caduti i nostri padri, i nostri nonni? Era impensabile! Quando andavamo in giro ad attaccare i manifesti con le nostre cinquecento, il servizio d’ordine del PCI ci seguiva staccandoli tutti, hanno smesso di farlo soltanto quando insieme alla colla abbiamo iniziato a metterci i vetri. Questa condotta del PCI bolognese ha generato in noi un odio incredibile. Ad un certo punto iniziarono ad andarci piano, era una questione di rapporti di forza, iniziavano cioè a capire che le cose si stavano mettendo male per loro, c’era dell’armamento in giro, da ambo le parti, anche se si è sempre cercato di mantenere lo scontro gestibile, non ci sono stati infatti mai degli eccessi perché fondamentalmente non interessava a nessuno, a noi sicuramente no. A noi interessava solo far politica e non avevamo alcuna intenzione di batterci clandestinamente con quelli del PCI.

Lucia: Vorrei aggiungere che ho trovato molto bello e significativo nel video che introduce Rivolta il richiamo alla cacciata di Lama all’Università di Roma. Se guardate e analizzate con una certa consapevolezza, quelle immagini ci offrono la rappresentazione di un sistema in coma. Vediamo un Lama veramente affaticato, un’immagine che restituisce in maniera molto significativa il sentimento del PCI di fronte a una situazione che gli stava palesemente scappando di mano. Vorrei ricordare anche un’altra cosa molto significativa rispetto all’oggi: in quegli anni uno dei nostri bersagli preferiti, che si ritrovava spesso sui muri in maniera più sottile, magari, non in modo eclatante come poteva essere Cossiga, era Napolitano. Napolitano il migliorista, il creatore del seme del compromesso storico che Berlinguer ha cercato di materializzare. E oggi Napolitano è colui che gestisce, coordina ed è simbolo di ciò che dovrebbe essere la normalizzazione del vecchio progetto del PCI.

Sia le vostre parole che il video Rivolta ci consegnano l’immagine di una Bologna città-laboratorio. Possiamo dire che la particolare configurazione economica della città prevalentemente legata ai servizi e alla terziarizzazione e non dunque prettamente industriale vi abbia dato la possibilità di analizzare in anticipo quelle forme di sfruttamento, disciplinamento e di controllo sulla vita che avrebbero poi segnato le trasformazioni capitalistiche e anche lo sviluppo delle forme di resistenza?

Lucia: Assolutamente sì. A Bologna questo passaggio è avvenuto prima e addirittura ha seguito una direzione inversa da quella nazionale. Qui il controllo si è esteso dal territorio, dalla vita, alla fabbrica. Per questo motivo Bologna era così politicamente significativa, proprio perché ha anticipato questo passaggio e in senso inverso. Da qui discende l’importanza dell’Autonomia nell’elaborazione della categoria di operaio sociale, perché questa figura era presente sul territorio in maniera così spontanea e conflittuale che andava a scardinare i loro progetti e questo metteva in ansia l’establishment.

Valerio: Mi trovo assolutamente d’accordo. Il laboratorio bolognese è stato un laboratorio complessivo. Per il PCI nazionale, Bologna era un punto di sperimentazione fondamentale, era una convinzione diffusa nel partito che se un tal provvedimento fosse passato a Bologna sarebbe poi stato introdotto in tutta Italia. Avevano assunto il modello bolognese come un modellino da esportare. Nella loro testa era il modello del socialismo in qualche modo realizzato, in realtà era la bruttissima copia della socialdemocrazia tutta basata sul controllo e sul tentativo di neutralizzazione del conflitto sociale. Questo ha generato dalla parte antagonista un altrettanto importante laboratorio di analisi politica e di pratiche di resistenza e di trasformazione, che avrebbe dato anche impulso all’Autonomia nel resto del paese, attraverso per esempio le pagine di Rosso. E questo non perché Bologna avesse i compagni e le compagne più intelligenti, ma perché essi vivevano in un laboratorio politico in cui potevano osservare nel vivo quelle che sarebbero state le trasformazioni che avrebbero cambiato, secondo il PCI, tutta l’Italia. La fase culminante di quel processo, iniziato con Potere Operaio già nel 1969, è stata tra il 1976 e il 1979, in cui la vetrina l’abbiamo rotta sul serio, il PCI a quell’altezza davvero ha avuto grandi problemi. Abbiamo scoperto il trucco e lo abbiamo raccontato a tutti, non solo ai bolognesi. Ecco la cosiddetta “anomalia” dell'Autonomia bolognese: l’avere avuto la possibilità, vivendo in una data situazione, di scardinare quell’elemento e di renderlo noto in tutta Italia. È stata l’Autonomia che per prima a livello nazionale aveva individuato nel PCI e non tanto nella DC il punto centrale. Il nemico di classe stava lì, non nella fascistizzazione dello stato come annunciavano i compagni di Lotta Continua. Lo dico con grande rispetto, ma secondo noi avevano sbagliato completamente analisi, il problema non era la fascistizzazione ma qualcosa di molto più pesante e più sottile, il male era nella socialdemocratizzazione della società italiana. Il PCI stava portando avanti questo progetto e noi glielo abbiamo impedito. Gli abbiamo impedito di governare per dieci anni e contestualmente abbiamo raccontato tutto quello che stava succedendo, al resto d’ Italia e in tutta Europa. Quando nel settembre 1977 abbiamo fatto il famoso convegno arrivarono gli intellettuali e compagni da Parigi. Parlo di Fèlix Guattari e Gilles Deleuze, e da Bologna raccontarono a tutto il mondo che la socialdemocrazia era un progetto di destra, per nulla socialdemocratico, e soprattutto era un progetto di normalizzazione e di repressione delle idee. A questo punto cadde definitivamente la vetrina del PCI a Bologna. Il resto è storia ed è noto, basta volgere lo sguardo all’oggi, ciò che sono diventati adesso, non hanno neppure più il problema delle ideologie, attualmente è solo una questione di affari e si comportano come mafiosi.

Come si traduce nel presente tutto questo, a livello di politica istituzionale ma soprattutto di politica militante? Possiamo ritrovare dei riflessi, rielaborati, di quegli anni, di quella visione del mondo, di quello stile di militanza, nei movimenti attuali? 

Lucia: Io credo che da allora non si sono ancora ripresi, però attenzione perché se è vero che gli abbiamo rotto il giochino, ovvero la piena realizzazione del compromesso storico e tutto quello che vi girava attorno, è anche vero che quello che non riuscirono a fare allora lo stanno realizzando adesso. Per questo motivo trovo estremamente significativo e importante, oltre che simbolico, che in questo momento si racconti questa storia e che soprattutto i compagni e le compagne giovani che si trovano dinanzi alle lotte se ne riapproprino. È adesso che si compie il vero passaggio di consegne, non storico ma politico, antagonista.

Valerio: Sulla questione dello stile di militanza credo che ci sia stato dagli anni Settanta ad oggi, a parte il buco nero degli anni Ottanta, un filo conduttore, con tutte le sue evoluzioni, e lo abbiamo visto la mattina del’11 marzo di quest’anno qui a Bologna, dove c’erano almeno tre generazioni di autonomi, se vogliamo usare un’etichetta, che erano sotto la lapide del compagno Lorusso a respingere e rinnegare i corpi istituzionali per ribadire che non vi può essere memoria condivisa, non ci sarà mai. In questo specifico episodio credo si possa leggere come non ci sia più un “noi vecchi autonomi” e un “voi giovani”, c’è uno stile di militanza che trasformandosi, evolvendosi, rielaborando tanti concetti e pratiche ed elaborandone delle nuove, ha passato tutto il Novecento, è andato oltre gli anni zero e ce lo ritroviamo oggi. Il nemico è ancora quello ed è ancora più pericoloso e più sfuggente di prima, probabilmente anche perché la consapevolezza generale è oggi minore. In ogni caso, questo ricollegarsi delle generazioni mi è sembrata una cosa bellissima, credo che questo sia l’aspetto più significativo del progetto-video Rivolta che può essere uno strumento non per fare della memorialistica fine a se stessa, che non ci interessa, ma per rilanciare in avanti una visione del mondo, un’adesione di vita e uno stile di militanza che è quello, che continua, anche con l’individuazione di quello che è, se vogliamo, il nemico di classe, che è poi un aspetto fondamentale che permette di trovare gli elementi e gli strumenti giusti per poterlo combattere. Un peso importante che ha avuto l’Autonomia, e che ha ancora oggi seppur nelle sue differenze e trasformazioni, è esattamente questo, l’aver individuato non il proprio nemico ma il nemico di classe e l’aver cercato in questo ambito di discorso di creare dei ponti all’interno dei movimenti e della società per muovere contro il nemico di classe. Il progetto-video Rivolta, che inevitabilmente non può contenere tutto, può tuttavia rappresentare un’importante occasione per creare ulteriori discussioni e dibattiti, momenti altri e diversi per arricchire e approfondire i contenuti che veicola, come in qualche modo credo stiamo facendo anche adesso attraverso questa bella chiacchierata.

Maurizio, ritornando a te che hai curato la realizzazione di questo progetto, all’inizio ci hai detto che l’intento del video è anche quello di dare la parola ai protagonisti di quegli anni, la possibilità di un racconto attraverso le voci di chi quella storia l’ha vissuta. Per concludere vorremmo chiederti a chi si rivolge, quali figure cerca di intercettare, dove queste voci si indirizzano?

Maurizio: Io credo che Rivolta si rivolga in qualche modo a tutti, in primo luogo ai protagonisti stessi che raccontano e si raccontano. In quel periodo infatti questa consapevolezza della totalità della rivoluzione – che emerge dalle diverse interviste e anche da questa chiacchierata – non c’era, o meglio c’era nei fatti, nelle pratiche, ma di fatto è maturata come consapevolezza solo dopo, attraverso la capacità, sviluppata con gli anni, di guardare da più distante a quanto era accaduto, di capire e vedere dove era stata l’eresia, come si era configurata. Anche rispetto all’individuazione del nemico la storia del movimento bolognese di quegli anni è qualcosa di particolare, rappresenta una specificità. Come abbiamo detto finora aveva infatti a che fare con un PCI istituzionale, una cosa molto diversa per esempio da Milano. Il movimento a Milano aveva dinanzi Stalingrado, ovvero una concentrazione di grandissime fabbriche, un’organizzazione economica molto diversa da quella bolognese. Sesto San Giovanni era un luogo a sé, in cui il controllo passava attraverso il conflitto, ma nel senso che erano le forze istituzionali di sinistra che dovevano regolare, determinare il conflitto e costruire i rapporti di forza all’interno della fabbriche per poi potersele giocare in politica a livello nazionale. È chiaro quindi che a Milano la situazione e l’analisi che si è sviluppata è stata diversa. Non ci dimentichiamo poi che il nostro paese ha una situazione interessantissima per quanto riguarda le possibili ricostruzioni storiche delle diverse linee che attraversano e compongono la cultura e la società. Siamo infatti una penisola lunga che sta in Nord Europa da una parte e che arriva all’Africa dall’altra, in cui ritroviamo spalmate sul territorio organizzazioni, economia e soggetti diversi che in qualche modo in quegli anni si sono ritrovati a condividere in primis dei comportamenti, più che degli obiettivi politici. Questo per dire che quello stile e quella visione del mondo non sono appartenuti in modo esclusivo all’Autonomia, ma sono stati trasversali a tutti quei movimenti politici dell’epoca che avevano messo in radicale discussione la concezione avanguardistica della politica stessa, il ruolo dell’organizzazione “militonta” fine a se stessa. Rispetto a questa cosa ci sono una serie di comportamenti che andrebbero indagati e che potrebbero dire ancora molto anche e soprattutto alla situazione presente.
Un’altra cosa vorrei aggiungere rispetto a quanto dicevamo prima: la storia se non è elaborata e ricostruita può diventare un peso per le generazioni successive, diviene cioè qualcosa di interrotto, che non si capisce bene e in cui ideologie e culture istituzionali possono penetrarvi e manipolarla. Questo lavoro è dunque necessario anche per chiudere quel periodo, solo in questo modo infatti può diventare un elemento di progresso per un movimento, che nelle sue diversità e trasformazioni, è legato da un filo rosso anche con la storia di quegli anni. Io, ad esempio, non parlerei mai di sconfitte, non ci sono delle sconfitte infatti a mio avviso, esiste un antagonismo che si confronta nel tempo e si trasforma, ci sono delle battaglie che mutano anch’esse pelle, obiettivi. Un tempo ad esempio si sperava nella presa del palazzo d’inverno, adesso ci siamo resi conto che dobbiamo operare e accelerare una trasformazione continua che avverrà se siamo capaci di imporla, altrimenti la prospettiva è la catastrofe soprattutto dinanzi ad un capitalismo che attualmente si riproduce come dominio e non più come forza progressiva economica. Il problema da porci, che è anche la nostra forza, è che costruendo antagonismo siamo un movimento di cultura, questa storia quindi elaborata può diventare un elemento di stimolo, uno strumento utile ad analisi e riflessioni sull’attualità, se lasciata così invece resta semplicemente un peso sulle spalle di quelli che ora si stanno muovendo.

Un progetto come Rivolta si potrebbe esporre alla critica della celebrazione fine a se stessa, la celebrazione nostalgica di una stagione andata, ma evidentemente non è così…

Maurizio: Il nostro obiettivo non è celebrare ma raccontare. Quando si racconta in un certo senso si aprono gli armadi e viene fuori tutto, l’armamentario buono ma anche gli scheletri, gli errori commessi, le cose che non hanno funzionato. La nostra idea è costruire un grosso archivio in cui chi vuole operare e ragionare sul presente, utilizzando anche il passato, possa trovare degli strumenti adeguati.
Vi faccio un esempio, a mio avviso importante rispetto al modo in cui è stato affrontato il periodo buio della repressione: nella mia esperienza il primo anno di carcerazione è stato uno degli anni più interessanti e in certo modo anche gioiosi della mia vita, era il 1980 quando ci sono stati gli arresti di massa in seguito al pentitismo. A San Vittore, un carcere molto rigido, ci siamo ritrovati in trecento, eravamo tutti lì, ed esattamente da lì dentro abbiamo ricostruito, con molta più potenza rispetto alla dispersione di una città, un movimento che è durato per un anno e che alla fine è stato represso brutalmente proprio per le potenzialità enormi che era riuscito ad esprimere. Avevamo infatti eroso talmente tanto gli spazi all’interno del carcere che la situazione era diventata ingestibile per il mantenimento del controllo. Ci è voluto un anno per reprimerlo perché siamo stati capaci di ributtare in questa lotta tutto il sapere che avevamo acquisito nelle lotte ed esperienze precedenti. Ricordo come tutto sia iniziato un giorno che avevamo deciso di non rientrare in cella alla chiusura pomeridiana, volevamo infatti pranzare tutti insieme, abbiamo allora tirato fuori i tavoli, li abbiamo sistemati e ci siamo disposti tutti intorno, ovviamente di lì a poco è arrivata la squadra delle guardie con caschi, scudi ecc., quando li abbiamo visti spontaneamente gli siamo andati contro, tutti in fila cantando One step beyond dei Madness e facendo finta di suonare, le guardie si sono terrorizzate e sono scappate via. Sono convinto che le guardie non avrebbero avuto così paura se gli fossimo andati incontro con bastoni e mazze, è stata questa banda di matti e questa cosa completamente inaspettata a spiazzarli e a mandarli nel panico. Sono scappati e ci sono venuti a chiudere le celle a mezzanotte quando noi eravamo già rientrati a dormire. Da questo episodio è iniziato un anno di lotta che è passato alla storia come “le lotte per l’ora d’amore”, la potenza di questo movimento stava nei saperi che avevamo accumulato e che ci sono serviti anche all’interno dell’istituzione più feroce e più chiusa. Sinceramente io vi dico che mi sono divertito da morire durante questo primo anno. Il 1980 è stato un anno straordinario per me.

Lucia: Io credo che sarebbe molto superficiale parlare di autocelebrazione, nel senso che tutti noi, in modo diverso, abbiamo talmente pagato quella stagione sulla nostra pelle che c’è poco da autocelebrare. Al contempo credo che sia stata espressa anche una grande ricchezza ed è importante che questa sia trasmessa. Quello che ha appena raccontato Maurizio riprende in maniera molto chiara quello che abbiamo cercato di trasmette. Dal punto di vista simbolico quello che è successo nelle carceri non è altro che il riproporre quello che era il modus vivendi che ha caratterizzato tutto il movimento, era un vero modo di vivere non era solo analisi politica, antagonismo, capacità di contrapposizione, ma era una visione del mondo, un modo di sentire, di stare insieme, di vivere le relazioni, che poi ha cambiato i costumi, la produzione artistica, la cultura, la musica, l’arte ecc.

Valerio: A questo proposito sarebbe importante anche sfatare l’idea diffusa degli “anni di piombo” e delle P38, dovuta in buona parte alle semplificazioni giornalistiche e dei cultori del pensiero unico. Questa semplificazione oscura tra le tante cose anche un fermento artistico-culturale vivacissimo e molto complesso, la produzione artistica, musicale, teatrale, d’avanguardia che è nata in di quegli anni ed è stata sfolgorante; gli stessi ambienti politici di movimento ne erano permeati, se si riprendono alcuni numeri di Rosso questa cosa è lampante, scorrendo le pagine si vede come non c’era solo politica lì dentro, c’erano fumetti di Jacopo Fo, sceneggiature teatrali, presentazioni di libri e dischi. Non c’erano soltanto articoli di fabbrica insomma, ma si cercava di riflettere complessivamente quel clima, che è stato anche di grande vivacità e sperimentazione artistica. Anni di piombo sì, ma per loro. Possiamo concludere, a questo proposito, con una frase con cui Paolo Pozzi termina la prefazione al suo libro Insurrezione: “Ce l’hanno fatta pagare cara, ma ci siamo divertiti un casino”.

giovedì 27 marzo 2014

Spegni il PC, accendi un libro




«Qualcuno in una cella e in un esilio sconta il Novecento anche per me.» (Erri De Luca)


Decidere di leggere un libro anziché un altro, nasce sempre da un contesto preciso. 
Spesso è mero desiderio di svago ma, ultimamente, è la voglia di approfondire argomenti di cui se ne ha infarinature ma dei quali non si è mai entrati nello specifico.
Questo mio desiderio - che è poi in parte anche necessità di capire - è la motivazione per cui, negli ultimi mesi, mi sono dedicata alla lettura e comprensione del periodo storico comunemente chiamato «Anni di piombo»: anni che mi sfiorarono, allora, quando ero nel movimento studentesco in seconda superiore, che mi portarono alla convinzione che i racconti di mio padre partigiano potevano ritrovare un senso in quelle mie battaglie di piazza giovanili, nelle grida scandite nelle manifestazioni e che mi hanno poi aiutato, negli anni successivi, a una certa posizione politica scevra da qualsiasi pregiudizio.
Che poi nel tempo anche questa mia idea di sinistra sia stata continuamente smentita dai fatti, dagli stravolgimenti radicali dei diritti sociali avvallati da coloro che ne dovevano essere paladini, è un altro discorso.
Ho finito ieri sera di leggere «Gli anni della lotta armata - Cronologia di una rivoluzione mancata» di Davide Steccanella: una dettagliata cronologia degli avvenimenti di ciò che è successo nel nostro paese , scandita e approfondita dalle didascalie (magari fossero state scritte con un carattere più grande i miei occhi ne avrebbero gioito), che mi hanno permesso di conoscere i nomi di quelle donne e di quegli uomini che erano, per me, solo qualche frammento di memoria di quelli più conosciuti. 
Un libro che deve essere letto, un libro su quella storia di cui tanto è stato scritto ma che continua a essere guardata con diffidenza e che si cerca in tutti i modi di stravolgere con le operazioni mediatiche a noi ben note.
Grazie all'autore Davide Steccanella e al suo meticoloso lavoro di documentazione.

Il calore del bianco



Quando si vive soli, le ore scorrono lentamente: le incombenze quotidiane sono dilatate nel tempo, lasciano i pensieri vagare con flemma, senza fretta alcuna di giungere a qualche conclusione.
Il mio mondo era dilatato, pregustavo il momento di sedermi sotto il patio con un bicchiere di buon vino e l'unico sigaro che mi concedevo in tutta la giornata.
Lì, osservavo il manto scuro che faceva da coperta lontana, puntellato di mille vividi punti di luce, così intensi come non li avevo mai visti, nell'aria dolce di un'estate di giorni simile a una caldaia ribollente e carezzevole della frescura che saliva dal fiume a ninnarmi nel sonno.
Pensavo a come sarebbe stato l'inverno, da lì a pochi mesi, quando tutti quei colori e quelle luci sarebbero morte per fondersi nel bianco della neve di cui tanto avevo sentito parlare, non potendo certamente chiamare neve e paesaggio innevato quella fanghiglia sporca di grigio che fioccava ogni tanto in città e che si scioglieva ancora prima di toccare terra, liquefatta dal troppo calore che saliva dai cubicoli stipati di anime che chiamavano casa.

Il nome sui miei documenti è Aronne ma per tutti, qui al borgo, sono il Dottore.
Oh, non che io abbia millantato doti mediche o altro: semplicemente, mi chiamano così perché la mia casa è piena di libri, di ogni argomento e di ogni stazza e, da quando sono qua, sono diventati una sorta di pellegrinaggio settimanale per i miei vicini, come fossero un santuario di carta da ammirare e onorare con reverenza.
La cultura, quassù, fa paura, viene guardata con diffidenza; nemmeno i più giovani, che hanno frequentato le scuole superiori in città, riescono a superare la prudenza e tutti mi guardano guardinghi, pur manifestandomi una sorta di affetto e farmi sentire parte di questa piccola comunità di ben poche anime.

Arrivai qui qualche settimana fa, assieme a un camion carico di cartoni e una valigia di vestiti, presi alloggio in questa casa dalle pareti a calce, il giardino immenso corollato da querce secolari e un paesaggio da riconciliarti col mondo ogni qual volta vi cade lo sguardo: le colline che salgono fino a diventare montagna, un fiume a valle mugghiante nelle giornate di piena, i vitigni che, in autunno, infuocano l'aria con tutta la scala cromatica dei rossi.
Il mio volere tranciare ogni cavo a legarmi a un quotidiano sterile, signori, fu una scelta pensata a lungo e ben ponderata; non ho mai agito d'impulso nella mia vita che ha ormai fatto il giro della boa posta a traguardo del mezzo secolo.
Volevo fuggire da un mondo ormai troppo appiattito e privo di ogni stimolo intellettuale, così triturato entro la morsa della banalità e dei falsi miti di una politica stantia, grezza e ladra il cui l'unico obiettivo era accumulare con noncuranza, tracotanza, arroganza e, per fare ciò, erano riusciti a livellare ogni interesse che non fosse per l'ultimo modello del SUV di grido, per l'abito firmato, per una vacanza nel posto frequentato da personaggi famosi.
Un mondo che mi stava stretto, che non faceva più per me.
Da qui, l'illusione di poter ricominciare a sentirmi vivo solamente se avessi fatto tabula rasa delle persone del mondo che fuggivo.

Mi cadde l'occhio sull'annuncio di una agenzia immobiliare, a duecento chilometri da me: il prezzo era buono e la casa mostrata nelle immagini era ben tenuta e con tutto lo spazio necessario a contenere il peso del mio fardello e delizia di carta perché, diciamolo pure, la cultura è pesante, soprattutto i miei amati tomi di storia e di filosofia.
La stufa che troneggiava nel grande salone, mi diede immediatamente il senso di casa e, mentre ne osservavo le statiche immagini nell'annuncio, mi arrivò appieno una sorta di calore a farmi superare ogni perplessità o esitamento.
Durante i giorni successivi al mio trasloco, feci conoscenza con tutti gli abitanti del borgo, ché di un borgo si tratta infine.
Iniziai con donna Rita, la giunonica confinante, una mattina che decise, all'alba, di tagliare l'erba del suo prato, dentro un ampio camicione rosso smanicato, largo abbastanza da nascondere l'enorme seno cadente che si intravedeva mollemente poggiato su una pancia flaccida che aveva sicuramente visto tempi migliori; le braccia, possenti seppur anch'esse cascanti, impugnavano il macchinario come fosse un'arma contundente.
Mi piazzò in faccia un viso tondo, imbronciato, sotto una frangia di stopposi capelli biondi che urlavano l'intervento di un parrucchiere, tutta concentrata a fare andare avanti e indietro il taglia-erbe e si presentò, con un cenno della mano e un fiume di parole che scorsero impetuose, quanto devastanti quando si decise a silenziare il diabolico aggeggio.
Poi fu la volta di Biagio, il meccanico: suonò il campanello come se dovesse annunciare l'inizio di una nuova guerra, dentro a una tuta da lavoro bisunta quasi quanto la mano che mi tese per darmi il benvenuto.
Fu lui a regalarmi la panoramica degli altri vicini, dopo avermi accennato, non certo senza un grandissimo orgoglio, ai suoi bambini che venivano da lui solamente durante il week-end perché, durante la settimana, vivevano con quella “grandissima, non mi far dire, della loro madre”.
Così, quando incontrai Andrea e Renata, Alessandro e Stefania, la signora Ebe, Francesco e Nicola, la signorina Cristina, Stefano e i pochi altri, sapevo già tutto di loro: da dove venivano nonché le disgrazie nelle quali erano inciampati mentre ero consapevole della gentilezza dello scambio di informazioni avvenute grazie alle vanterie di Biagio, per cui anche tutti loro conoscevano molto di me.

Nel paese c'era un unico locale pubblico, una sorta di bar-osteria dove tutti si trovavano per un altisonante aperitivo che era, in realtà, un bicchiere di lambrusco; chi lo gestiva era la signora Sandra, una vecchietta un po' rattrappita su se stessa, che ti serviva al tavolo con fare strascicato e con una smorfia che poi imparai essere il suo migliore sorriso.
Se volevi cenare, non dovevi occupare il tavolo dopo le 18 e spesso, con i miei vicini, eravamo là almeno un quarto d'ora prima, ché Sandra non cambiasse idea: ai tavolini, si parlava delle solite cose, del tutto e del niente e spesso venivo solleticato affinché raccontassi qualche cosa della grande città che avevo lasciato, della mia storia passata, del perché avevo deciso di abbandonare fasti e lussi per rintanarmi in quel posto dimenticato da dio.
Vedevo gli occhi attenti a bere le mie parole, appiccicati alle mie labbra e curiosi di carpirmi la motivazione vera, dubbiosi che non ci fosse dietro un segreto inconfessabile.
Passai così la prima estate.

Una sera d'autunno, si era seduti in circolo attorno all'enorme stufa a legna che troneggiava a lato della diciamo sala ristorante della signora Sandra; durante l'estate, le soste dopo cena in osteria erano brevi, tutti si ritiravano nelle proprie abitazioni, approfittando delle ore di luce che permettevano di curare il giardino; tutti meno che donna Rita: lei non desisteva dal far stridere il suo infernale taglia-erba all'alba, accompagnate da un rosario di bestemmie inespresse di tutti coloro che, magari di sabato, avrebbero dormito ancora un po'.
In autunno, però, si tirava tardi nel locale, ci poteva scappare una partita a carte e la signora Sandra chiudeva un occhio se accendevamo una sigaretta per cui era piacevole restare vicino alla stufa per approfondire la conoscenza di buoni vicini.
Alessandro entrò trafelato, rosso in viso come se fosse già ubriaco ma poi capimmo che era solamente l'eccitazione che lo animava per darci le nuove notizie.
“Oh, ragazzi, mi ha detto Schenetti che un marocchino ha affittato la casa della Palmina! Anche qua arrivano, quei sozzoni, vengono a rubarci il lavoro anche quassù, non è giusto, diobbono!”
Io lo guardavo, indeciso se arrabbiarmi o tentare di spiegargli qualcosa.
“Il tuo è solo razzismo” esordii dopo aver deciso di provare, almeno, a fare capire a quella testa dura di montanaro che non doveva temere nulla dagli stranieri. “Non ti ruba proprio niente, mio caro, lo sai che chi ti paga una bella percentuale della cassa integrazione è proprio il lavoro di queste persone?”
Alessandro non ne voleva sapere, restava imbronciato, girando attorno lo sguardo con la speranza di cogliervi qualche segnale di approvazione ma tutti tenevano il capo chino: sapevo perfettamente che i commensali la pensavano come lui ma con le mie parole avevo stroncato in anticipo la discussione e preferivano mantenere l'atteggiamento moscio di chi non ha opinione in merito.
“Tu dici bene, Dottore, tu ci sei abituato a questa gente, le città ne sono piene, ne arrivano ogni giorno e guarda un po' come siamo arrivati!”
“Hai ragione” lo interruppe Cristina, una zitella di quasi cinquant'anni che però non la si poteva chiamare così, single era l’espressione in uso – come se cambiasse poi il significato, abbruttita dal desiderio di una vita migliore ma talmente apatica dal non fare niente per afferrarla. “Poi va a finire che, anche qua, nessuno esce più di casa perché sicuramente ne arriveranno altri, ho sentito dire che abitano fino a dodici persone in un appartamento di quaranta metri quadrati!”
Fu Stefano, il timido operaio dalle mani callose, che pose fine a una discussione che rischiava di portarmi a una filippica storia sull'origine caucasica di noi italiani.
“Vedrete che quando arriva la prima neve scapperà da qua, e anche tu, Dottore, rimpiangerai il tuo bell'appartamento di città.”
Spesso, durante quelle serate, mi venivano descritti, con pletora di terrificanti dettagli, i disagi che sarebbero arrivati assieme al freddo; un poco sorridevo e un poco mi preoccupavo, per cui era già da settembre che avevo la cantina stipata di tanti consolatori ciocchi di legna, pronti per essere immolati al fuoco della stufa, a santificare la minacciata stagione di morte.

“Domani nevica” esordì una sera Biagio entrando dalla porta dell'osteria accompagnato da una folata di vento gelido; le sue previsioni meteorologiche, nei mesi precedenti, non si erano mai sbagliate una volta e quindi nessuno, in sala, mise per un solo momento in discussione la sua affermazione.
Nell'andare a casa, osservai la volta del cielo, limpida come solo le gelide sere d'inverno può rendere, nera come la pece e profonda come un lago incastonato tra alberi.
Mi dicevo che Biagio si era sbagliato, c'erano troppe stelle, lassù, a osservare e stupirsi di quanto noi, quaggiù, siamo piccini al loro altare.
Nel coricarmi, misi un grosso ceppo nella stufa che iniziò a cantare in mille stridii scoppiettanti, rincuorando la mia mezz'ora serale di lettura.
Quella notte, il silenzio era ancora più profondo delle altre notti, non si sentiva nessun rumore salire da fiume sebbene fosse in piena; nemmeno i gridi degli uccelli notturni arrivavano, ogni tanto, a interferire con la diaccia pace che regnava al di là degli scuri sigillati sulla tenebra.
E fu lo stesso silenzio espanso che accolse il risveglio degli abitanti del borgo: ogni cosa aveva perso colore e si era stemperato nel bianco abbacinante che ricopriva abbondantemente ogni cosa, avvolgendo le case e asfaltando le strade del niveo biancore elargito con magnificenza, durante le ore notturne, da un cielo latteo.
Un amalgama tra cielo e terra, a santificare l'epifania delle nuove nascite dopo la morte.
Coi miei scarponi, imbacuccato come non pensavo sapessi fare, scesi con cautela gli scalini, aggrappandomi alla ringhiera ghiacciata, per raggiungere i suoni che sentivo vociferare dabbasso.
Lo spettacolo che mi si presentò, fu la risposta a tanti anni di studi e di lezioni impartite: la strada era stata sgomberata per quelli che dovevano scendere a valle con l'auto, per recarsi al lavoro.
Con una pala da neve rossa come il sangue e gialla come i girasoli d'estate, Sharif e Alessandro, lavoravano fianco a fianco, in silenzio, con rivoli di sudore che scendevano copiosi dalla fronte.
Ascoltavo una canzone di comunanza, di fratellanza, di una nuova amicizia che non aveva colore né odore, santificata dal bianco abbacinante dello spettacolo che faceva da sceneggiatura a quell'opera in cartellone ogni inverno e che io, dall'alto del mio scranno cittadino, non avevo mai veduto nella sua potenza e magnificenza.
La neve, sotto i miei scarponi, scricchiolava.



http://www.ilboscodilatte.net/t87-il-calore-del-bianco

Felicità

Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco dietro la traccia
d’un fievole sibilo d’ale,

io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l’amore.

Ahi! ma solo al tramonto m’appare,
su l’orlo dell’ombra lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.

La via fatta, il trascorso dolore,
m’accenna col tacito dito:
improvvisa, con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.

Giovanni Pascoli

martedì 3 settembre 2013

Garage Olimpo


Ho visto tantissimi film e molti mi hanno fatto venire un groppo di gelo proprio lì, tra lo sterno e il cuore: Magdalene, Salvador, Angeli ribelli sono quelli che, nell'immediatezza, mi ricordando un dolore immenso e una rabbia sorda, sgorgante da ciò che stavo vedendo e che sapevo essere vero e non finzione cinematografica.
L’altra sera la sollecitazione alla visione di Garage Olimpo, film italoargentino diretto da Marco Bechis nel 1999. Un film crudo sulla storia di una ragazza che poi diviene una dei trentamila despararecidos argentini, un film di denuncia su quanto succedeva all'interno dei centri di tortura clandestini, nella fattispecie un garage sotto terra davanti al quale transita il mondo cieco e indifferente ai drammi, alle violenze, alla disumanità che là sotto si compivano.
La violenza non è spettacolarizzata, le torture non si vedono ma si sentono sulla pelle, come se quegli elettrodi venissero applicati al tuo corpo.
E devi chiudere gli occhi perché fanno troppo male.
Non posso e non voglio credere che nessuno sapesse e che tutti ignoravano quanto stava accadendo: la scena della madre nel confessionale, a cercare un aiuto da parte di chi - in teoria - doveva adoperarsi contro le sparizioni sospette in nome dello spirito cristiano che indossavano sotto la veste talare, il prete che le sollecita la lista degli amici presso i quali suo marito desaparecidos si sarebbe potuto rifugiare: una figura emblematica di quanto, più in grande, non solo era copertura ma collaborazionismo con il regime.
Queste figure che mi hanno accompagnato durante il sonno a compiere un volo dalla carlinga di un aereo a sorvolare una normalissima, indifferente e tranquillissima città; giù e ancora giù, fino al tuffo finale nell'oceano, dove mi sono poi ritrovata a essere albero nella foresta immensa di scheletri che, come me, avevano compiuto il volo dell'angelo.
Un sottile filo di malessere mi ha tormentato tutto il giorno seguente, non riuscito a non pensare al film e mi sono ritrovata diverse volte e stare ancora male pensando alla storia di Maria, la protagonista del film: un nome ma trentamila nomi diversi eppur uguali nella soluzione finale che altri decretarono per le loro vite.
Garage Olimpo è un film che deve essere visto, per chi in quegli anni non era ancora nato e delle Madri di Plaza da Mayo, dei desaparecidos non sa nulla; per coloro che ignorano che l'Argentina non ha partorito solamente Diego Armando Maradona ma anche un "uomo" che si chiamava Jorge Rafael Videla: "Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi".


mercoledì 7 agosto 2013

Ché sovviene solamente questo...


Amarismi


Ritorna la voglia di prendere in mano la penna e gettare sullo schermo ciò che solamente così si riesce a buttare fuori.
Amarismi quotidiani scandiscono lo scorrere dei giorni e non si percepisce qual è il momento che intoppa l’ingranaggio.
E’ forse lo sguardo che volge indietro e ricorda parole e fatti, al tempo insofferenti nel giungere a orecchio, e ora tuonanti verità.
La modalità cambia per essere sempre identica; omissioni manipolate costituiscono il perno sul quale poggia la leva dello scardinamento di un trascorso disprezzato che torna prepotente a essere uguale.
Cambiano i fattori in campo ma non il risultato.

Somme, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni: è solo questione di parentesi per il risultato finale dell’equazione. 

giovedì 11 luglio 2013

Senza tregua - Giovanni Pesce

"Senza tregua" ha una morale profondissima, valida oggi come ieri. E' un insegnamento che gli uomini, i giovani che furono impegnati in drammatiche battaglie, hanno consegnato ad altri uomini, ad altri giovani, oggi impegnati nel lavoro o nello studio, perché sappiano lottare per le libere istituzioni, la giustizia, la libertà, la democrazia. Anche ora di devono infrangere le resistenze al progresso, si deve conquistare maggiore democrazia nelle fabbriche e nelle scuole; anche ora si deve lottare per la pace nel mondo; anche ora è dunque necessario lottare senza tregua. (...) Il tempo di "Senza tregua" è diventato leggenda. Alcuni dei suoi eroi militano in differenti uniformi o addirittura non militano affatto. Che è rimasto dell'eroismo degli uomini? Soltanto la cara memoria dei martiri e il ricordo dei migliori? Gli uomini creano e scompaiono. E le loro opere?
E l'opera più solida è l'Italia antifascista, la pace, la fratellanza dei popoli. E' l'opera dei protagonisti di "Senza tregua". Tocca ai giovani continuare sulla strada maestra, ai giovani continua la Resistenza.
Dalla prefazione di Giovanni Pesce (22/02/1918 - 27/07/2007) del suo libro, Senza tregua - La guerra dei GAP, I° Edizione marzo 1967

Ho iniziato questo libro ed è stato difficile staccarmene; già pregusto il momento di riprenderne la lettura che mi ha catturato e affascinato sin dalla prefazione. Un libro scritto nel 1967, le gesta di tanti eroi, alcuni dai nomi che ritroviamo sui libri di storia ma tanti senza nome e senza memoria se non per le famiglie che ne conoscevano le gesta e ascoltavano rapiti le narrazioni di quell'epoca. Oggi come è oggi, in questo clima politico dove le uniche certezze sono quelle di non avere nessuna istituzione a rappresentarmi, mi è necessario ascoltare le voci come quelle di Giovanni Pesce, di entrare con lui e tramite le sue parole in quelle situazioni solamente ascoltate. Oggi come è oggi, è doveroso ricordare ciò che la Resistenza rappresentò, da cosa e da chi ci liberò, l'unico momento storico che so può definire Rivoluzione. Forse la mia è solo nostalgica retorica, è aggrapparsi a un passato che so non tornerà ma ho perso le parole persino per le bestemmie. 

venerdì 5 luglio 2013

Infinita stanchezza



Prima le nostre madri cambiano il pannolino a noi, poi diventiamo madri e li cambiamo ai nostri figli fino a quando quadriamo il cerchio e le nostre madri diventano i nostri figli. Il caldo accentua e amplifica le demenze. Non è giusto iniziare le giornate con la notizia che tua madre stanotte è sclerata e non ha chiuso occhio nonostante una overdose di sonnifero, combinandone di tutti i colori. Sono quelle mattine che vorresti essere nata nelle grandi praterie americane ma qua siamo e qua restiamo.






http://www.youtube.com/watch?v=8sW5Q35Aug4

giovedì 4 luglio 2013

Ritratti forse imperfetti

Per tanti mesi ho avuto il timore di effettuare una scelta sbagliata; per molto tempo mi sono chiesta se decidere di lasciare la città per andare a vivere in collina sarebbe stata una decisione della quale mi sarei pentita dopo pochi giorni quando avrei avuto ben poche vie d’uscita o valide alternative: sapevo che non si tornava indietro e sapevo che scegliere di vivere dove il cemento lascia il posto a un verde dalle varie sfumature, mi avrebbe lasciata nell’ossimoro della maledizione ai chilometri che dovevo percorrere la mattina e della gioia ai rientri a casa la sera, quando lasci alle spalle la polvere, il caos, il rumore e tutto approda in un’altra dimensione.
E’ quasi come trapassare uno stargate che ti trasporta, in pochi minuti. in un mondo uguale al mio ma paralizzato a un punto imprecisato del tempo passato.
Un tempo dove le uniche frette sono quelle che ti fanno scalciare le scarpe dai piedi per infilarti un paio di comode ciabatte con le quali andare in giardino a controllare se, magari, un piccolo timido stelo di lavanda ha trafitto la terra e ha alzato le foglie verso il sole.
Un tempo dove ci sono ancora parole tra la gente, dove ti salutano i sorrisi e mani sventolanti allegria; dove i bimbi possono giocare a palla nel cortile mentre gli adulti stanno sotto le verande con un bicchiere di rosso e una sigaretta a discutere pigramente della fretta che c’è altrove ma non lì, in quel posto e in quel preciso istante che sta transitando.
E’ il tempo delle mie case passate e delle persone che le abitavano, col cortile che raccoglieva le confidenze delle spose e di noi bimbi intenti a spiare i discorsi adulti ancora, per noi, incomprensibili.
E’ il tempo della solidarietà, degli inviti alle veglie serali che ti piombano nelle ore tarde della notte senza che nessuno ti abbia avvisato dei minuti trascorsi.
E’ il riscoprire la piacevolezza del discutere del tutto e del niente, solamente per il gusto della compagnia e dello stare assieme, incuranti della nazionalità o della provenienza regionale di ciascuno degli ospiti.
Un borgo di poche case, personaggi che meritano ritratti forse imperfetti di come loro mi arrivano.
Biagio, Enea, Rachele, Renata, Andrea, Rita…
“Sono le persone che fanno le case” ha detto Enea l’altra sera.
Lui è il figlio di Biagio, un ragazzino magro magro dai curiosi occhi scuri che si abbevera di ogni parola gli viene rivolta, desideroso di apprendere e imparare; l’altra sera gli raccontavano di come deve essere gustato il cibo, chiudendo gli occhi e cercando di assaporare ogni sfumatura di piacevolezza a solleticare il palato.
Enea ascoltava a bocca semiaperta e poco dopo, quando il discorso era stato abbandonato, ha chiuso gli occhi mentre portava alla bocca un cucchiaio di ricotta che nonna Rachele gli aveva portato da Lagonegro.
Nonna Rachele e zia Agnese, partite dalla Basilicata alla sera e arrivate in Emilia dopo dodici ore di pullman, sedute davanti alla porta di casa a fare l’uncinetto mi hanno accolto lunedì sera.
Un’immagine da fermare in uno scatto, da rielaborare in un prezioso bianco e nero per dare intensità ai volti di madre e figlia, così impegnate a sferruzzare e, contemporaneamente, tenere d’occhio i nipoti urlanti impegnati in una battaglia dove i bastoni erano spade laser e i cappelli di carta alla guisa dei muratori elmetti di titanio indistruttibile, con Rachele e le sue braccia sempre alzate a fare il tifo per tutti e per nessuno.
Rachele è la sorella di Enea, si chiama come la nonna, è una bimba di quasi undici anni ed è autistica.
Vive in un suo mondo, ti chiede sempre le stesse cose e identiche sono le domande; non puoi risponderle male, devi avere una grandissima pazienza e darle all’infinito ciò che vuole sapere.
Ha gli occhi dolci, Rachele, chiari e magri: spesso ti guardano fisso ma non ti vedono, stanno inseguendo luci che vede solamente lei, mentre sente suoni che solo lei ode.
Suo padre, con lei, è di una tenerezza infinita e lo ammiro, ci vuole un coraggio enorme per trovare la pazienza di acconsentire ogni capriccio e richiesta di quella sua bambina insistente dopo dieci ore di duro lavoro in officina; Biagio fa pronto intervento meccanico a camion e autobus, lo chiamano il Rambo dell’autoarticolato perché risolve sempre i problemi che altri hanno bollato come irrisolvibili se non con la sostituzione totale di un pezzo o dell’altro.
Biagio mi conosce da nemmeno un mese ma già ha chiesto collaborazione e complicità per far sì che sua figlia acconsenta a fare una doccia quando è davvero assolutamente necessaria farla e lei non ne vuole sapere.
Enea e Rachele partiranno stasera, con la nonna e la zia, per andarsene in campagna fino ad agosto, quando Biagio scenderà al paese e, dopo le sue vacanze, li riporterà a casa.
Torneranno nel loro piccolo borgo, dove non ci sono tante storie da raccontare ma chi lo abita sta scrivendone un pezzetto di storia; non diventerà famoso come la valle di cui segna l’ingresso e che vide protagonisti assoluti i Partigiani della Repubblica di Montefiorino, non sarà scritta in nessun libro di storia, ma per me, vedere crescere quei bambini, vedere la loro curiosità, la loro innocenza, la loro capacità di divertisti semplicemente arrampicandosi su un albero, varrà tanto come la più preziosa storia mai stata scritta.
Vorrei che i miei figli potessero comprendere il valore infinito di queste piccole cose e di come, dopo anni e anni di frenesia, oggi riesco persino a essere contenta nello stirare le loro maglie che sono diventate i miei compiti a casa.
Sto invecchiando, ma mi piace invecchiare così.



venerdì 28 giugno 2013

Banda di ipocriti!


Leggo della tassazione sulle sigarette elettroniche. Lo leggo da accanita fumatrice quale sono, quindi grandissima azionista dell'italica società Tobacco & Co., partecipo a ogni aumento di capitale contribuendo ad adeguare il prezzo di ogni pacchetto-azione al paniere che non c'è più. Che il consiglio di amministrazione fosse un branco di ipocriti già ne avevo avuto sentore da quando imposero sui pacchetti certi messaggi intimidatori; oggi però superano loro stessi, le sigarette elettroniche stanno portando via una bella fetta di azionisti e loro non ci stanno, preferiscono spacciare le loro pastigliette per il cancro ai polmoni piuttosto che rinunciare a una sostanziale porzione dei loro profitti. Mi fanno semplicemente schifo. Anzi, di più.  Aspetto al varco un'ulteriore tassazione sulle bevande analcoliche, così, tanto per dimostrare la loro coerenza di pezzi di sostanza organica. E buongiorno.

venerdì 21 giugno 2013

Solstizio d'estate




Qual è il colore dell'aria al mattino presto? 
Me lo sono domandata stamattina, mentre mi incolonnavo alle altre anime che scendevano a valle. 
Il fiume, a destra, scorreva tranquillo anche lui e, guardando il sole che abbacinava dalla sua superficie, mi sono sorpresa a pensare alla trasparenza del non colore che mi circondava e mi avvolgeva già del calore a esplodere in questo nuovo solstizio d'estate. 
Stasera alla luna mancherà solo un pezzetto per essere tonda; è la stessa identica luna sulla quale raccontano misero piede Neil Armstrong e Buzz Aldrin. 
Prima l'ho cercata, storcendo il collo sotto il vetro, nell'attimo di transito dell'ennesimo trattore carico di rotoballe a rallentare il fluire del lungo serpente meccanico. 
Non c'era più, si era nascosta e forse era lei che faceva risplendere quella trasparenza di cromie luminose senza farsi vedere da nessuno.

giovedì 20 giugno 2013

E qua sempre siamo...


Oh, che bello, mi mancava ascoltare il solito vinile graffiato con le esternazioni di Silvietto il breve assieme al random-commento della minus habens MaryStar Gelmini: "Berlusconi ha capito da tempo qual è la straordinaria gravità della situazione italiana e dunque ha “sotterrato l’ascia di una guerra che rischia di perdere il Paese”. Fatti, non pugnette.